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L’arte contemporanea e il suo rapporto con il sacro secondo Sgarbi

marzo 5, 2012 Mariapia Bruno

Chi ancora crede che nell’arte contemporanea lo spazio per il sacro abbia ceduto il posto alle elucubrazioni astratte della maggior parte dei pittori che si considerano postmoderni, dovrà ricredersi. Certo, le nuove domus ecclesiae dalle forme futuristiche progettate da fantasiosi architetti dei nostri giorni, cliché – se si scava a fondo – di una falsa idea di moderna spiritualità, non hanno ancora soppiantato, e mai lo faranno, le splendide basiliche e cattedrali che da sempre ci è facile considerare come luogo insostituibile per una personale e sociale contemplazione del divino. La sfida di rintracciare nell’arte contemporanea quella tensione e quella fame di fede la sottopone al lettore Vittorio Sgarbi in L’ombra del divino nell’arte contemporanea. A parte qualche racconto un po’ troppo retorico di quelle nuove architetture che come «scatole di scarpe chiuse» si chiudono alla creazione di una suggestione verso il Signore, il tracciato letterario dell’autore è una suggestiva scoperta di come l’arte sacra sia intrinsecamente legata al metafisico, all’astratto, al sublime, concetti portati alla ribalta dagli artisti del XX secolo. Ma ciò non significa che non ci sia più posto per le opere del passato. «Nella liturgia, come pure negli altri campi della vita artistica e in misura maggiore che in essi, le grandi opere del passato conserveranno sempre il loro posto. Chi vorrebbe, per esempio, ritenere Bach come superato e inadeguato per il nostro tempo? Al tempo stesso però esse sono forze d’ispirazione che non sono l’ostacolo a forme nuove, anzi addirittura le suscitano» sono queste le parole prese in prestito dallo scrittore dal tomo Teologia della Liturgia dell’Opera Omnia di Papa Benedetto XVI che, poste all’inizio del libro, assurgono a punto di partenza di un percorso verso lo svelamento di quel teatro dove il divino si manifesta attraverso le opere del passato, del presente e – presto – del futuro.

È chiaro che ogni epoca e ogni opera che a questa appartiene ha le sue peculiarità. Nella nostra società la necessità di Dio corrisponde all’essenza stessa dell’arte, per questo motivo Sgarbi parla di arte sacra come arte implicata e non come arte applicata: è un’arte che ci prende, ci travolge nella sua dimensione spirituale, in modo spesso violento e immediato, come in quell’ormai leggendario Ritratto di Innocenzo X di Bacon, una variazione fuori ogni schema, dove all’opera di Velàsquez – forte della sua manifesta capacità di esprimere il «potere e la miseria umana» di un uomo che «ci guarda con l’intensità di chi può fare di noi quel che vuole» – l’artista irlandese contrappone la disperazione di un volto lontano da Dio che emana un urlo afono dalla prigione dorata che egli stesso si è costruito e da dove vorrebbe uscire. Ecco come diventa facile ricredersi e cominciare ad apprezzare opere come la pala d’altare che Mark Rothko posiziona nella cappella de Menil a Houston, progetto di Renzo Piano: qui la visione assoluta che richiama l’idea di Dio si presenta ai nostri occhi attraverso le sue immancabili campiture di colore che tendono verso qualcosa che non è visivamente percepibile. L’essenza del sacro si sente all’interno. E in questa prospettiva si inserisce infine la parte relativa al cantiere di Noto, ovvero il racconto della ricostruzione e decorazione della Cattedrale di Noto devastata dal crollo del 1996. Qui gli artisti chiamati ad operare hanno dato vita a l’ombra del divino producendo una serie di opere che pur mimando o prendendo spunto dalle composizioni del passato non ne rappresentano una semplice o ultima copia, non sono “ombre” in quanto non possiedono una piena forma. Lo sono perché hanno assorbito il passato e ci lasciano, dunque, percepire tutto quello che è già stato.

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