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La vocazione del “mio” Matteo

marzo 23, 2015 Marina Corradi

Tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

M’hanno detto che sabato 7 marzo, a Roma, dopo l’udienza del Papa a Cl, a San Luigi dei Francesi c’era la coda, per vedere il Caravaggio di cui Francesco aveva parlato, la Vocazione di Matteo. Confesso che mi sono sentita come quando la casa di un amico con cui hai dimestichezza ti sia improvvisamente sbarrata da una folla di ospiti sconosciuti. Sono stata gelosa.

Avrò avuto ventidue anni, ed ero a Roma in vacanza. Era maggio, una mattina abbagliante e già calda. Mi aggiravo da ore attorno a piazza Navona, sedotta da tanta bellezza; e stanca, e accecata dalla luce di maggio, per caso sono entrata in una chiesa. Cercando semplicemente ombra, e un po’ di riposo: non ero una che frequentava le chiese.

Ricordo ancora il contrasto netto fra il sole radioso e la penombra di San Luigi dei Francesi; quel tuffo nel dolce buio uterino di una chiesa mediterranea.

Ma, seduta nell’ultima fila di panche, i piedi doloranti dal cammino, ho notato un piccolo gruppo di turisti che si dirigeva con determinazione verso l’ultima cappella a sinistra, in fondo. Curiosa, mi sono alzata e li ho seguiti. L’angolo in fondo alla chiesa era buio, ma infilando una moneta in una macchinetta s’accendeva una modesta lampadina. Risento ancora il tonfo metallico delle lire, e l’illuminarsi improvviso del Caravaggio.

Che luce, dentro a quella stanza dipinta: nel buio della chiesa ritrovavo sulla tela, nel raggio che prolunga il dito di Cristo, perfettamente vera, la luce chiara del mattino. E ho visto, certo, quel perentorio gesto di elezione, e direi di possesso: “Tu, seguimi”, e ne ho percepito, turbata, la forza. Ma ciò che ha fatto breccia nel mio cuore è stato il ragazzo chino su una manciata di denari, e triste; disperato quasi, come uno che si accorga che ciò che stringe fra le mani, è un niente. E io, che a 22 anni ero una che apparentemente aveva “tutto”, riconobbi visceralmente, in quel ragazzo, un fratello.

Scoprii poi che secondo i più autorevoli critici Matteo, nel quadro, era invece il vecchio con la barba. Ma non me ne importò, giacché per me era evidente che il convocato, l’eletto, a quella tavola era il ragazzo triste, coi suoi denari che non valevano niente.

Quel giorno non avrei saputo dire perché mi aveva tanto sedotto, il Matteo di Caravaggio. Ma da allora, per tutta la vita, se passavo da Roma tornavo a San Luigi dei Francesi. Dapprima, non sapendo perché; così come non si sa perché una faccia, fra mille altre, ci innamora. Poi con gli anni, crescendo, cambiando, ho cominciato a capire. Quel dito puntato, quella chiamata, mi dicevano di un mio nemmeno cosciente desiderio. Che accadesse anche a me.

Quando i figli sono cresciuti, li ho portati a Roma, dal “mio” Matteo. Non ho detto niente. Soltanto: «Guardate». E ora anche loro, quando passano dalla capitale, tornano a San Luigi dei Francesi.

Che ora è un po’ affollata. Ma ci andrò di novembre, in una mattina di pioggia, senza turisti, e saremo di nuovo soli: il ragazzo degli inutili denari, quella mano che chiama, e io.

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