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«La “vita di doppio senso” di noi terroristi islamici in Italia»

gennaio 15, 2015 Redazione

«Ho detto al mio avvocato: adesso tu sai tutto, sai la situazione, però ti garantisco una cosa, impara l’arabo, ti mando due settimane in mezzo a loro, e fammi vedere se non sei convinto di uccidere i tuoi compaesani». Sono parole pronunciate e sottoscritte da Chokri Zouaoui, tunisino immigrato in Italia e terrorista islamico pentito, oggi collaboratore di giustizia. La sua confessione, riportata in un articolo di Fiorenza Sarzanini apparso oggi sul Corriere della Sera, è stata consegnata ai carabinieri del Ros nell’ambito di una indagine che è «servita a far condannare tre mesi fa una “cellula” operativa in Puglia».

UNICA VIA LA MORTE. Il «lavaggio del cervello» subìto e denunciato da Zouaoui è confermato e approfondito nella ricostruzione del Corriere soprattutto dalle parole di Jelassi Rihad, un altro tunisino reclutato e addestrato dai jihadisti che nel 2010 ha deciso a sua volta di raccontare tutto alle forze dell’ordine. Le «guide», rivela Rihad, «insistono nel spiegarti e nel parlare della morte, che diventa un trauma, un’ossessione. Ti fanno diventare la vita un inferno. Non c’è via di uscita che la morte».

UN LAVORO IN REGOLA. L’estremista pentito descrive l’esistenza del «terrorista» come «una vita di doppio senso». Di nascosto, spiega, «fa la vita del terrorista», ma alla luce del giorno conduce «un’altra vita, diciamo normale, va al lavoro se ha il lavoro in regola. Anzi è preferibile avere un lavoro in regola come copertura, poiché l’extracomunitario che lavora e contribuisce allo Stato è apprezzato».
Quanto ai «reclutatori», sono i carabinieri a tracciare il ritratto: «A differenza dei militanti per così dire addetti a compiti più strettamente operativi, non hanno un’estrazione povera e di emarginazione sociale, ma al contrario provengono da contesti socio-familiari agiati ed elitari, hanno una ottima cultura universitaria e spesso esperienze belliche significative».

INCONTRI IN MOSCHEA. E queste figure come preparano gli aspiranti soldati della guerra santa? «Lo fanno – scrive la Sarzanini riportando le conclusioni degli inquirenti – nei call center o nelle moschee, dove i seguaci passano ore e ore di fronte ai video. Si va da “Al Qaeda training” ad “Allah Akbar”, da “L’amante della jihad” a “Taliba Mujaheddin”, tutti con immagini originali dei combattimenti». Racconta il pentito Rihad: «I gruppi da quattro o da sei persone hanno un legame con altri ma non si incontrano così, dodici o venti in un appartamento. Si incontrano in moschea così tanti. Di solito c’è un capo che comanda 4 o 5 gruppi, un capo spirituale».

«È UNA CATENA». Frequentando la moschea – continua il tunisino – si conoscono le persone che, diciamo, ti aiutano, che conoscono le vie, si mettono in contatto, cioè, una catena». Una catena lungo la quale ogni anello è fondamentale e perciò è curato con precisione mirabile e terrificante: «Da solo non potrai mai arrivare ai campi di addestramento. Raccomandato devi essere. Quindi ti fanno vedere la strada. Non è così semplice, cioè devi avere tanta pazienza, sacrificio e vedono se sopporti. Puoi essere bloccato a Roma per mesi, che non puoi viaggiare perché la strada è un po’ calda, si dice così. C’erano delle case nei posti tranquilli dove rimangono per diversi giorni per far crescere la barba, i capelli. Ti fanno imparare come camminare, perché tu devi viaggiare come un pakistano. C’era il barbiere, il parrucchiere, tutto che ti fanno assomigliare al pakistano, non puoi partire con un aspetto così».

L’ALTER EGO IN ITALIA. Le indagini sulla cellula di Rihad e Zouaoui, aggiunge il Corriere, hanno permesso ai carabinieri anche di ricostruire le rotte seguite dai cosiddetti “foreign fighters” italiani (53 i nomi noti alle autorità, 5 dei quali sarebbero rientrati nel nostro paese): una parte di loro, scrive la Sarzanini, «parte da Milano, passa per Francoforte e arriva a Peshawar». Gli ex jihadisti pentiti confermano che «si va con documenti falsi. Non puoi viaggiare con i tuoi documenti. Con i tuoi documenti puoi fare, per esempio, Roma-Francoforte, vai con i tuoi documenti, ma lì, nascondi i tuoi e vai con altri documenti falsi, che ti servono per andare lì e poi tornare. Addirittura tornano alla scadenza dei loro documenti. Tornano in Italia due settimane, venti giorni. Tutte queste cooperative, che c’erano, ti davano i contratti di lavoro, le buste paga, come se tu fossi in regola, lavori in Italia che in realtà eri lì in Afghanistan, rinnovi il permesso di soggiorno e tutto e poi torni. E questo succede, succedeva a tanti qui in Italia».

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