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La vecchia signora che lava i panni sporchi in pubblico

luglio 13, 2015 Annalisa Teggi

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Pubblichiamo la rubrica di Annalisa Teggi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Solo l’estate riesce, talvolta, a farmi tirar fuori la bicicletta, sebbene accanto a casa mia passi una comodissima pista ciclabile che porta proprio in centro città. È una stradina che fiancheggia un torrente e, non appena si giunge nel centro cittadino, il corso d’acqua attraversa uno spiazzo un tempo usato dalle lavandaie. Arrivando lì in bicicletta, un giorno mi sono imbattuta in una scena curiosa. Nel piccolo spazio erboso delle lavandaie c’era effettivamente un’anziana signora che aveva lavato la sua biancheria nel torrente e la stava asciugando. È una cosa strana, che non si vede quasi più. Chi l’avrebbe detto che la lavatrice potesse ancora avere rivali così antiquati?

Attorno all’anziana c’era tutto il fremito della città in un giorno di lavoro e di mercato: traffico, clacson, gente indaffarata e motorini spericolati. La signora se ne stava tranquilla in piedi accanto a uno stendino su cui sventolavano magliette, stracci e gonne; e si guardava attorno, attaccando anche discorso con qualche passante. Quasi nessuno le badava, tranne i bambini: loro sì che erano interessati ai suoi discorsi, perché lei faceva notare loro che nel torrente c’era una famigliola d’anatre che tentava di risalire la corrente. Anch’io mi sono fermata coi miei bambini e abbiamo parlato per un po’ con lei, del tempo, del bucato e delle anatre. Sul momento non mi sono resa conto del perché quella strana signora e la sua biancheria avessero attirato la mia attenzione; qualche sera più tardi l’ho capito.

D’estate, dopo cena scendo ad annaffiare il mio minuscolo prato, mi guardo attorno e vedo spalancate le finestre delle case che mi circondano. Paiono braccia aperte in segno di resa al caldo, o forse sono protese ad abbracciare e acchiappare ogni folata d’aria fresca. In ogni caso, si sentono tutti i rumori di chi ci abita: c’è il tramestio dei piatti di chi sparecchia, le risate di chi guarda Paperissima e, spesso e volentieri, ci sono anche le voci alterate di chi litiga. A fine giornata siamo tutti più stanchi e irascibili. Ma proprio l’eco di certe sfuriate familiari, che volano fuori dalla finestra e non restano sigillate dentro casa, mi riempiono di una indescrivibile serenità. Penso che un buon corso prematrimoniale dovrebbe cominciare con una passeggiata sotto le finestre aperte di un quartiere popolare, a origliare cos’è la vera vita domestica. E credo anche che una pratica simile sarebbe l’antidoto migliore al dilagare di separazioni per incompatibilità di carattere.

Insomma, è un grande abbaglio il detto secondo cui i panni sporchi non vanno lavati in pubblico. Perché tener nascoste le nostre fragilità e le nostre bassezze? Forse sono le nostre uniche cose private di pubblica utilità. È la condivisione più misericordiosa che possiamo fare, mostrare a tutti quanto il disordine, lo sporco e l’inadeguatezza siano comuni a tutti, e quindi tutt’altro che tremendi. Un limite diventa un’obiezione insuperabile solo se lo si chiude in una teca, come un idolo. Ed ecco, ho capito chi era quell’anziana che faceva il suo bucato in bella vista e nel bel mezzo del caos cittadino: era la fata lavanderina venuta a rompere l’incantesimo del candore. I lenzuoli perfettamente bianchi li hanno solo i fantasmi, perché un uomo senza macchie non esiste.

Foto panni stesi da Shutterstock


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