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La tenacia del popolo emiliano, doppiamente ferito da terremoto e alluvione

febbraio 1, 2014 Annalisa Teggi

«Non vedi tu la morte che ’l combatte/ su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?» (Inferno, canto 2)

Proprio mentre scadeva il termine per pagare mini-Imu e Tares, abbiamo sentito parlare molto dei 1.243 immobili romani di proprietà di Angiola Armellini, indagata dalla guardia di finanza per una presunta evasione fiscale di oltre due miliardi di euro. In quegli stessi giorni si è parlato molto meno di Giuseppe Oberdan Salvioli, l’uomo disperso durante l’alluvione che ha colpito la provincia di Modena lo scorso 19 gennaio. Chi abita nella zona dice che l’argine del fiume Secchia si è letteralmente sfasciato, provocando un’ondata di acqua e fango che in alcune località ha raggiunto i due metri di altezza.

La storia di Giuseppe racconta in modo eclatante le ferite e la tenacia di quella fetta di terra: 43 anni e una figlia di 19, è stato inghiottito dall’acqua mentre tentava di soccorrere i vicini ed era, come tanti altri, tra quelli a cui il terremoto del 2012 aveva tolto l’unica casa. A questa vittima si aggiungono centinaia di evacuati, circa 2.500 ettari di campi devastati (le floride terre del Lambrusco) e numerosissime attività industriali e commerciali in ginocchio. Eppure più che delle persone, si è parlato delle nutrie.

Come spesso accade, una supposta polemica fa più rumore della nudità dei fatti. Ed è una svista tremenda, e pure controproducente; non solo per chi è vittima di eventi tragici come questo, ma anche per noi tutti. Perché proprio quando c’è in gioco la sopravvivenza, la semplice cronaca delle azioni umane dichiara che la vita non è mera sopravvivenza. Un occhio attento avrà sempre da dire più cose di una lingua sciolta.
Ce lo lasciò detto Giovanni Verga nella prefazione ai Malavoglia: «Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti». Ci ricordò che quando l’umano si trova a essere in qualche modo travolto, bisogna fare come hanno fatto i vigili del fuoco per evacuare gli alluvionati, si passa di casa in casa e si ascolta la voce di chi ha l’acqua alla gola.

Un anziano, vedendoli arrivare col gommone in suo soccorso mentre l’acqua arrivava poco sotto il suo terrazzo al primo piano, ha detto loro: «Ho finito il vino». Il vigile gli ha risposto: «Per quello non siamo attrezzati». E il messaggio tra i due non poteva essere più chiaro, cioè: avanti, che ne usciamo. Una ragazza più giovane ha propagato la sua voce via web, ricevendone una risposta tutt’altro che virtuale: dopo aver pubblicato su facebook alcune foto con la didascalia «qui abbiamo panni bagnati e sporchi, ma le lavatrici non funzionano», ha visto arrivare gente in macchina pronta a portare a casa propria quella roba da lavare. Gli osservatori non solo si sono dati una mossa, ma in seguito si sono anche premurati di mandare un sms fantastico: «Per la giacca di lana ho usato un lavaggio che non la infeltrisse ed è venuta proprio bene». L’amore alla persona può passare anche attraverso la cura a quel vestito che tornerà a portare, una volta passato il guado.

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2 Commenti

  1. blues188 says:

    Gli emiliani non capiscono niente: devono fare come l’Abruzzo che piange ancora e intanto spinge le carriole qua e là dimenticandosi però le vanghe (che solitamente fanno coppia con le prima). Ma ci sarebbe stato il pericolo di lavorare e allora via tutto e teniamoci le sole carriole.

  2. Bernardo - il nome più bello che esista says:

    Gli emiliani sono stupendi, vero?

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