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La strada, le case, la primavera in Brianza

giugno 24, 2011

Diciotto aprile, sera. Fino a Carate è ancora, quasi, Milano. Poi verso Besana le strade si fanno tranquille, e oltre, ancora, sinuose nel verde del primo muoversi delle colline. È come essere andati lontano. Lunghi muri di vecchie nobili ville oltre i quali si intravvedono giardini rigogliosi, a volte appena trascurati da padroni assenti; edere che sporgono dalle cancellate nel giovane vigore dei germogli chiari. Rose che gonfiano i boccioli, vento di erba appena tagliata, e nell’aria quel turgore profumato che annuncia l’imminente avvento di maggio. La strada si stringe, scende, sale, curva mentre l’imbrunire confonde all’orizzonte il limite fra la terra e il cielo. Qui e là da un’altura lo sguardo spazia sulla campagna dove tremano le luci di case lontane. Verso sud-est un aereo si alza da Linate, è un punto rosso nell’aria limpida che per un momento si affianca alle prime stelle, tanto più infinitamente lontane. Nel crepuscolo palpita forte il profumo dell’erba, e delle robinie fiorite. Nei paesi, a quest’ora di cena, nessuno cui domandare la strada; e se per sbaglio ti infili in un vicolo solo l’abbaiare chiassoso dei cani di guardia ai giardini rompe il silenzio. Chi abiterà, ti domandi, in quelle belle ville novecentesche coperte di glicine, appena un po’ isolate su un poggio, soltanto una finestra illuminata?

 

Belle onorate case di Brianza, fra custodite aiuole e siepi di
lauroceraso potate ben diritte
; dove più che altrove ti sorprende, talvolta, l’erompere nella cronaca di occulte ferocie; e quasi sempre nessuno ha sentito niente, e il male sembra uno sfregio assurdo, in tanta pace. Profili aguzzi di campanili bianchi o giallini, uno in ogni paese, sentinelle alzate un tempo dai padri in questa terra lombarda e cristiana. E ancora, pigramente snodandosi nella notte di aprile la strada, larghe ombre di fabbriche dismesse, rosse di vecchi mattoni e di cancelli arrugginiti. Certo, è una tua suggestione in questo silenzio archeologico l’eco, dai grandi cortili vuoti, di grida e di voci di maestranze, e il clangore di macchine e catene da tanto tempo ormai abbandonate. L’aria tiepida, gravida di pollini, colma materna anche le mura vuote.

 

 

Brianza, così profondamente lombarda, e feconda, e misteriosa in una sera di incipiente primavera, così tranquilla dopo la laboriosità del giorno. (La faccia larga e gentile dell’oste, che in trattoria porta cordiale il gran vassoio fumante di risotto). Ma cosa grava di appena impalpabilmente malinconico su questa sera? Forse solo i cortili e le piazze così silenziosi. Dove sono quelle nidiate di sei, di otto fratelli che gremivano all’imbrunire le corti con le grida del loro rincorrersi? Come rondini erano, ricorda chi c’era. Questa sera dalle finestre delle case il bagliore azzurrino di mille televisioni accese, nell’eco confusa di parole uguali. Ma ovunque, fuori, nel profumo di robinie si respira una promessa fedele: vita, ancora, a questa terra lombarda, anche per gli uomini che, distratti, non ascoltano.

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