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La sconosciuta sul tram 19

maggio 22, 2017 Marina Corradi
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Milano. Una mattina di pioggia. Il tram 19 alle dieci è semivuoto. Lo sguardo mi cade su una donna seduta, con una borsa di documenti nelle mani. Si vede che è stata bella: il viso fine e pallido, i grandi occhi scuri dietro gli occhiali. Porta i capelli ancora lunghi, raccolti, e ancora brillano di nero, dove non sono, in tanti, ormai grigi. Indossa un trench classico, le scarpe col tacco basso. La osservo a lungo, prima di capire perché: potrebbe somigliare a lei, oggi, mia sorella, se non fosse morta a quattordici anni. Ha l’aria timida, quasi severa, ma lo sguardo è dolce. Una professoressa forse, o un medico.

Assorta, continuo a fissarla. Lei se ne accorge e ha un sussulto, mi fissa a sua volta: come cercando di capire se ci conosciamo.
Il tram 19 prosegue col suo sferragliare di vecchio metallo. Piove forte ora, fuori la gente frettolosa sotto agli ombrelli. Nell’asfalto lucente si specchia questa fredda mattina di maggio. Se tu non fossi morta poco più che bambina, se avessi messo il grembiule nero del liceo Parini, che era già pronto, e avessi usato il tuo vocabolario di greco nuovo, che cosa saresti diventata?

Saresti stata travolta forse, come tanti, dal 1968?

Non riesco a immaginarti con il pugno chiuso sulle barricate, tu così mite. Cosa saresti stata in quegli anni, da quale parte ti saresti schierata? Forse avresti continuato a portare la tua gonna scozzese, e a studiare molto, come non si usava più – i tuoi voti alla fine dell’anno una fila di otto e nove, nella bacheca nell’atrio della scuola.

Mi chiedo però che cosa avresti fatto della fede che compare in certe tue lettere di bambina, della tua innata certezza di un Dio buono. Tu mite, sì, eppure capace – penso alla profondità dei tuoi occhi neri – di passione radicale. E ancora oggi mi chiedo perché, per quale disegno ci sei stata tolta.

Il 19 va e io accarezzo con gli occhi il volto di questa sconosciuta che ti somiglia, che ti somiglierebbe, se tu fossi invecchiata. Ora si alza, scende, apre l’ombrello nero e si incammina svelta – anche i tuoi passi erano veloci, quando per strada tenevi me, piccola, per mano – per una via dietro via Vincenzo Monti. Mi volto, poi rialzo gli occhi e non ti vedo più, certo sei entrata in uno di questi bei portoni di marmo di un’antica Milano.

All’oscillare del 19 mi cullo nella illusione di averti incontrata veramente, che veramente la tua ombra percorra ancora questa città. Di certo, questo lo so, non sei laggiù, dove al capolinea i tram si fermano e aspettano, vuoti, davanti alla mole grigia del Cimitero Maggiore. Dove io non sono mai entrata, come per un ferreo rifiuto. Tu viva altrove, lontana eppure vicina, testardamente pensandoti.

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