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La profonda verità di Sanremo e delle solite canzonette da intonare sotto la doccia

marzo 2, 2014 Annalisa Teggi

«Noi eravam tutti fissi e attenti/ a le sue note» (Purgatorio, canto II)

Sì sì, io ho guardato – o meglio ascoltato – Sanremo. Più o meno nello stesso modo in cui salgo in macchina e accendo l’autoradio: guido, non bado ai deejay e fischietto le canzoni. Sì, mi piace la musica leggera, leggerissima e le rime banali; quelle che ci si ricorda sempre, insieme ai ritornelli facili. «Dammi tre parole sole, cuore e amore»… «E ci sei, adesso tu»… «Gloria, manchi tu nell’aria»…
Alla fine è questo che ci resta in testa, nelle improbabili performance canore sotto la doccia. Ed è nei meandri di queste faccende triviali che voglio infilarmi, perché lì l’umano mostra risorse insospettabili. L’uomo, sotto la doccia o in auto, non riflette sui possibili effetti di una nuova legge elettorale; rimugina su se stesso e canticchia. Così facendo, a sua insaputa, compie un gesto eroico: preferisce un ritornello a un discorso, preferisce il girotondo alla corsa.

Dante riempì i cieli del Paradiso di cori danzanti perché, spiega Chesterton, «fino a un certo punto la vita è stata pensata come una Danza e poi è stata pensata come una Corsa. (…) In un caso c’è un movimento ricorrente e ciclico, perché viene riconosciuto un centro; mentre nell’altro c’è un movimento affrettato e progressivo, perché c’è un obiettivo sconosciuto». Noi non siamo più nel Medioevo, ci siamo supinamente inchinati all’affanno, alla corsa e alla stupida idea di progresso, che delega il senso e lo scopo della vita sempre e solo al futuro. Le nostre azioni sono tarate su questa visione progressista, però poi – per compensare l’affanno – ci mettiamo le cuffie.

E il piacere di ascoltare una canzone è la nostra memoria sottocutanea, quella che ci sussurra che la verità di noi non è nell’ultima teoria sociale alla moda o nel successo che otterremo domani, ma nell’alternanza di strofa e ritornello. Ogni giorno è nuovo e imprevedibile, però in ballo ci sono sempre le stesse urgenze. È un embrione di rosario umano quello contenuto nella rima stra-abusata sole, cuore e amore, un girotondo attorno a tre nodi del vivere: esserci nel reale, esserci con una coscienza affettiva, affermare il bene come motore di relazione.
Questa rima l’hanno usata i sommi poeti, i grandi cantautori e le boy band; e cosa, se non un seme vitale, può essere al contempo banale e profondo, elitario e nazional popolare?

È proprio la solita musica. Dietro i tendoni di ogni scintillante teatrino, tutti (il radical chic e l’operaio, il blasfemo e il bigotto, il comico e la modella) ronziamo attorno ai ritornelli essenziali del vivere, più o meno intensamente, consapevolmente e drammaticamente. Nel Purgatorio Dante incontra il suo amico Casella, un musico, e gli chiede di intonare una canzone d’amore; subito le anime lì attorno si fermano ad ascoltarlo.
Poi arriva Catone a incalzarli con una frase del tipo: «Signori, voi siete destinati ad andare verso i cori celesti, altro che canzonette… datevi una mossa!». Come mai una semplice canzone li ha distolti dal pensiero del Paradiso? Forse perché l’uomo si distrae facilmente? Forse sì, ma forse anche perché l’uomo si attrae facilmente. Non può fare a meno di essere originale. Non può fare a meno di tendere l’orecchio a ogni eco – anche fievole – che gli parla della sua origine.

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