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La più alta carica dello Stato e il più misero dei miei poveri

febbraio 3, 2017 Aldo trento

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Rubrica tratta dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Chi sono Io? un niente! Chi sei tu Signore? Tutto», si domandava santa Caterina. Con questa coscienza – in compagnia di suor Sonia, direttrice della clinica, del deputato brasiliano Marcos Zerbini e sua moglie Cleuza, responsabile del movimento brasiliano dei Senza terra – ho accolto l’invito da parte del presidente della Repubblica del Paraguay di pranzare con lui, in occasione dei miei 70 anni, nella villa presidenziale. Un segno dell’affetto che mi accompagna dal giorno della sua elezione, quando ha voluto visitare i miei pazienti terminali, gli anziani e le adolescenti vittime di abusi, e ha deciso di assumere questo modello di “pace e bene” come risposta concreta alla miseria del paese, costruendo strutture simili in ogni regione.

«Padre, non è con lo scontro e la violenza che si costruisce, ma dialogando e attuando. Per me la Fondazione San Rafael è un esempio di cosa può fare l’amore generato dalla fede: la vostra trasparenza mi affascina e mi spinge a donarvi ciò di cui avete bisogno». Durante il pranzo ha invitato i senatori a percorrere lo stesso cammino verso una maggiore attenzione per i poveri, come gli chiese papa Francesco quando visitò il Paraguay. Da allora sono state costruite migliaia di case per chi non ne aveva una. Ha continuato a ripetere che a cambiare il suo cuore era stato l’impatto con la Fondazione San Rafael, con un modo veramente umano di accompagnare i malati terminali a morire per risorgere con Gesù e di assistere gli anziani e le ragazze violentate. Erano le 15 quando ci siamo salutati.

«Presidente, le ho fatto perdere tempo», «Padre Aldo, per il tuo compleanno mi sono preso un giorno libero». Tornato a casa ho riposato un po’ per poi raggiungere i miei figli, i miei poveri, che mi stavano aspettando. Il salone era pieno. Un bel buffet venne preparato in pochi minuti. L’allegria delle mie adolescenti e bambine era così grande da far sorridere anche gli anziani e gli ammalati. Nel bel mezzo della festa arrivò il presidente della Corte Suprema di Giustizia, che senza tante formalità prese posto fra me e un avvocato dei minori.
Vedere la gioia dei miei figli nel festeggiare i settant’anni del loro papà mi ha fatto capire che la vita si gioca tutta in una relazione affettiva. «Caro padre Aldo, papà di tutti i poveri, gli ammalati, i bambini, ti vogliamo bene». «Desidero una compagnia di amici che guardino con te nella stessa direzione perché è solo questo che unisce, piccoli e grandi, il presidente della Repubblica o della Corte Suprema di Giustizia, la donna delle pulizie e l’infermiera in un grande abbraccio».

«Mio figlio è mio fratello»
La “cariñoterapia” di cui parla papa Francesco è sempre l’arma vincente nel drammatico cammino della vita. Ma questa libertà di amare da dove nasce? Dal mio rapporto con Gesù, un rapporto intimo, favorito anche dalla malattia. Non è possibile amare, chinarsi su chi soffre, se non ci concepiamo come una cosa sola con Gesù. È Gesù che attraverso la mia povera e fragile umanità attira a sé tanto il presidente della Repubblica quanto le mie figlie abusate, una delle quali mi ha scritto: «Quando ero piccola mia mamma mi cacciò di casa. Ho dormito su un albero finché ho trovato alloggio da mia zia. Aveva un figlio di 14 anni che abusò di me, rimasi incinta e quando mia zia lo venne a sapere mi cacciò di casa. Trovai rifugio da mio padre, nella sua casa nacque la mia bambina, Sara. Un anno dopo anche papà abusò di me. Rimasi nuovamente incinta. Denunciai il fatto al giudice dei minori che mi consegnò a te. Il mio dolore era ed è grande perché Lorenzo, il bambino che è nato, è mio figlio ed anche mio fratello. Per di più soffre di microcefalia. Ho 16 anni e due figli. Grazie, padre Aldo, perché adesso ho una vera famiglia dove mi sento amata e ai miei figli non manca niente: affetto, cibo, un lettino per dormire e soprattutto non mi sento sola con i miei due bambini».

Se il mio cuore non battesse con il cuore di Gesù, come potrei non lasciarmi prendere dal desiderio della vendetta davanti a tanto orrore? Eppure se non fossi tuo, o Cristo mio, chi mi garantirebbe di non comportarmi come una bestia? Quanto più potremo dire, con l’apostolo Paolo, «per me vivere è Cristo», tanto più saremo un’attrattiva per tutti coloro che hanno un cuore semplice, non importa quale potere abbiano nella società.
paldo.trento@gmail.com

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