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La morte di mia madre e quella domanda: «Dov’è ora?»

maggio 20, 2014 Eva Anelli

Dopo aver accompagnato primogenita e secondogenito a scuola/asilo; dopo essere passata in chiesa con terzogenito e quartogenita (che, sì, nel frattempo è nata) a dire una preghiera: «O fai un miracolo e fai guarire la nonna o te la prendi con te»; dopo breve visita al parroco del paese, mio amico, che a proposito di una sua recente preoccupazione legata alla salute mi dice: «Lì mi son detto: “Gesù, ora siamo solo io e te: occhi negli occhi”»; al bar, mi arriva una telefonata di mio marito. Ha la voce rotta. Capisco subito.

Lì, in quel momento, così, davanti a un caffè, con attaccata al seno quartogenita (non sono una fan del capezzolo materno sventagliato in faccia a tutti per forza, ma quella a furia di strillare stava per girare la testa a 360° tipo protagonista dell’Esorcista, quindi) e seduto di fianco terzogenito che sbriciola la brioche da tutte le parti, circondata da gente che ciancia come ogni lunedì mattino, apprendo della morte di mia madre.

Il mio volto è un tutt’uno con le lacrime. Gli avventori avranno pensato a un terribile sbalzo d’umore dovuto alla recente maternità. La barista preoccupata intrattiene terzogenito invitandolo dietro al bancone. Una signora anziana non meglio identificata mi mette una mano sulle spalle: «Tutto bene cara?». C’è anche lei, inconsapevole comparsa, nel cortometraggio di quel momento che ho nel backup del cervello.

La vita è così: non ti dà appuntamenti a orari e in luoghi precisi, non ti prepara prima. Capita. Lì, in quel momento, così, davanti a un caffè, circondata da volti noti e meno noti. A darti subito la vertiginosa sensazione, corrispondente presumibilmente a una verità incontrovertibile, che tu non puoi proprio nulla.

La prima cosa che ho pensato, infatti, è stata: “Dov’è ora?”. Che strano non avere più la rassicurante certezza di saperla a casa; che strano realizzare che se farò il tal numero non mi risponderà più quella voce, e il doversi chiedere invece per la prima volta nella vita: dov’è?

Già, dov’è?

Sere dopo, a casa dei miei dove io marito e prole abbiamo dormito qualche giorno prima e dopo il funerale, ho rivisto in tv Signs di M. Night Shyamalan. In un dialogo tra i due fratelli protagonisti, un ministro protestante (Mel Gibson) che ha perso la fede in seguito alla morte della moglie e una promessa mancata del baseball (Joaquin Phoenix, fighissimo in quel film, fine parentesi ormonale), in un’atmosfera da fine del mondo causa imminente sbarco degli alieni sulla Terra e conseguente svuotarsi la coscienza e domandarsi “cosa c’è dopo la morte?” collettivo, il primo dice al secondo che gli uomini si dividono in due grandi gruppi. Chi vede nelle cose che capitano solo degli accadimenti fortuiti, coincidenze, e pensa che qualsiasi cosa capiti loro sono soli, a combattere con la loro paura; e chi vi vede dei segni, segni evidenti del fatto che c’è qualcuno lassù che veglia su di noi.

Dov’è? Accanto a “qualcuno lassù che veglia su di noi” o no? Se l’è chiesto anche primogenita che ha domandato al padre: «Chiedo subito a Gesù di fare un miracolo così ritorna indietro», e secondogenito che ha detto: «Allora possiamo dire una preghiera, ora ci sente».

Devono esserselo chiesti anche i moltissimi che ci hanno fatto visita in quei giorni. Tra loro c’era chi di fronte al feretro si commuoveva, chi diceva preghiere a denti stretti, chi riviveva dolori passati, chi non poteva crederci, chi non riusciva a guardare in quella direzione, tanto meno ad avvicinarsi, e ne approfittava per aggiornare me e le mie sorelle sulla sua situazione sentimentale. Forse se lo son chiesti persino i clienti del supermercato in cui mia madre ha lavorato per anni che, al passaggio del corteo di fronte alla vetrata del negozio, si son visti le cassiere, sue ex colleghe, alzarsi in piedi e sospendere ogni pagamento, almeno per qualche secondo.

Certo è che, quale che sia la risposta a questa domanda, è più vicina al temine “lavoro” o “cammino” che a “miracolo istantaneo”: io mi immaginavo di diventare, dopo, migliore in tutto, come toccata da qualcosa di grande che mi avrebbe cambiato in meglio per sempre. Più buona con marito e figli, più pacifica, paziente, cordiale; più operosa; più fedele. E invece. Le intemperanze sono rimaste tutte, come difetti e limiti. Qualcosa di grande è in effetti accaduto: ma, ancora una volta, re-imparo che non è cosa capita, ma come ci si sta di fronte.

E io francamente ora non lo so.

Tocca, ovvero, anche a me riproporre a me stessa, oggi più che mai, la domanda che Phoenix fa a Gibson al termine di quel dialogo: «Tu a che gruppo appartieni?».

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1 Commenti

  1. Antonio scrive:

    Bellissimo. Grazie!

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