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La grazia di avere fratelli e sorelle. «Anche se in casa eravamo diciotto»

febbraio 1, 2015 Aldo Trento

padre-aldo-trento-jpeg-crop_display_0Il Santo Padre ha voluto dedicare quest’anno alla vita consacrata, chiedendo a tutta la Chiesa di pregare per le vocazioni, affinché non venga meno quella passione per Gesù che è l’origine tanto della vita consacrata quanto della vita sacerdotale. Abbiamo bisogno di santi, di testimoni che con il loro fascino sveglino nei giovani il desiderio di essere gioiosamente e totalmente di Gesù. Incontrare sacerdoti o religiosi santi è una grazia grande, perché abbiamo bisogno di respirare il profumo della santità. La voce di Dio che ci chiama non viene mai meno. Il problema sta nella nostra libertà che spesso non vuole ascoltarla. Amici, è davvero bello essere coscienti che siamo proprietà di Dio. L’altro giorno ho avuto un incontro con un sacerdote guanelliano che mi ha molto confortato. Prima di lasciarci gli ho chiesto che mi scrivesse per Tempi quanto mi aveva detto, certo che la sua testimonianza smuoverà qualche cuore, così come ha smosso il mio.
paldo.trento@gmail.com

Mi chiamo Danilo Vaccari, sono sacerdote e missionario in America Latina. Sono nato nel 1922 a Sanguinetto (Verona). Quando sono nato mio papà aveva 23 anni ed era sposato da uno. È andato a ringraziare il Signore, ma lo ha fatto un po’ scherzando, come era abituato a fare con tutti. Gli disse: «Ti ringrazio per il figliolo. Se lo vuoi te lo do, ma dopo devi darmene uno per me, intesi?». Il Signore lo ha preso sul serio, con Lui non si scherza: ha avuto altri otto figli maschi (con me nove) e, siccome il Signore è giusto, gli ha dato anche nove figlie, per un totale di diciotto.

Prima di compiere 12 anni ero già al Seminario di don Guanella a Fara Novarese, molto distante dal nostro paese in provincia di Verona, quindi vedevo la mia famiglia raramente. Ho studiato teologia nell’Istituto di Vellai di Feltre. Arrivò il giorno dell’ordinazione sacerdotale. Quell’anno, il 1947, dovevamo essere ordinati in due. Il rito doveva essere nella cattedrale di Feltre, io però pensavo che sarebbe stato meglio farlo nella chiesa parrocchiale di Vellai. Lo proposi al mio compagno Angelo Franci, ai superiori e al parroco e tutti, pieni di meraviglia per un’idea così strana, accettarono, come anche il vescovo, monsignor Gerolamo Bortignon.

La domenica di Pentecoste, 25 maggio 1947, alle 7 del mattino, con la chiesa piena di fedeli, si celebrarono la Messa e l’ordinazione. Cosa insolita a quei tempi, era presente mio papà. Alla fine della Messa il vescovo mi ha chiesto di rimanere in piedi, poi si è inginocchiato e mi ha chiesto: «Dammi la tua prima benedizione sacerdotale». Mio papà vide suo figlio benedire il vescovo! Poi lo feci inginocchiare con il resto della famiglia e diedi la mia seconda benedizione. Con il Signore non si scherza: si è preso il figlio che gli aveva offerto, facendolo sacerdote e missionario. Certamente l’emozione fu grande: mio papà in seguito mi ha sempre rinfacciato di averlo fatto piangere davanti a tutti.

Il dono dei miei genitori
Pochi mesi dopo, nel febbraio 1948, partivo per l’Argentina: da allora sono passati 67 anni di sacerdozio, 66 dei quali tra Argentina e Paraguay. Sono stato parroco fino a 80 anni. Ora sono in Paraguay, mi occupo delle confessioni, di qualche malato e prego per i vivi e i defunti. Quando la mia ultima sorellina compì un anno, mia mamma venne a trovarmi a Vellai (mi mancava un anno per l’ordinazione). Io avevo già raccontato a tutti del suo arrivo, ricordando che aveva 45 anni e 18 figli. Tutti si aspettavano di vedere una povera donna mezza distrutta. Che sorpresa fu vederla così bella e giovanile! Ogni figlio che nasce realizza e migliora la propria mamma.

Un fratello e una sorella il Signore se li è presi che avevano pochi mesi. Gli altri hanno formato la propria famiglia, sono diventati tutti nonni in perfetta salute. Qualcuno è già arrivato alla Casa del Padre Celeste, ma solo dopo aver compiuto gli 80 anni! Io penso: se i miei genitori avessero avuto altre idee e io fossi rimasto figlio unico, avrei ereditato una casa, i campi (eravamo contadini), forse un po’ di soldi. Ma alla mia morte avrei perso tutto. Invece ho ereditato 17 fratelli, numerosi nipoti e pronipoti che avrò con me per tutta l’eternità. Cara mamma, caro papà, grazie.
Don Danilo
Vaccari

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1 Commenti

  1. maurizio says:

    Grazie P.Aldo e grazie ancor più D.Danilo perché mi ricordate quanto ci tiene a me Dio Padre,Figlio e Spirito Santo,anche quando magari io mi dimentico di Lui e,sempre,mi fa sentire nella mia carne la sua compagnia tenera e liberante.!!!

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