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La gioia, non la sofferenza, è loquace

«Noi occidentali, per compatire, abbiamo bisogno di veder soffrire», così Domenico Quirico a conclusione di un suo articolo da Lampedusa di pochi giorni fa.

Sembra evidente – osserva la Arendt – che da questo punto di vista condividere la gioia è infinitamente superiore rispetto a condividere la sofferenza. La gioia, non la sofferenza, è loquace, e il vero dialogo umano si distingue dalla semplice conversazione o discussione per il fatto di essere interamente permeato dal piacere che si prova per l’altra persona e per ciò che essa dice.

Con un’aggiunta: l’amicizia ha rilevanza politica, perché quel che abbiamo in comune è il mondo in cui siamo.

La “fraternità”, la compassione (Attraverso  la  compassione, l’umanitarismo rivoluzionario  dell’umanità  del XVIII secolo cercava una solidarietà con lo sventurato e il miserabile, per risalire alla fonte stessa della fraternità) sono essenzialmente passive e rendono impossibile l’azione. Il loro carattere è l’oscurità: quell’oscurità in cui, essendo nascosti, non si ha nemmeno più bisogno di vedere il mondo visibile, solo il calore e la fraternità degli uomini stipati gli uni contro gli altri possono compensare la misteriosa irrealtà che contraddistingue le relazioni umane ogni volta che esse si sviluppano nell’acosmia assoluta e senza essere collegate a un mondo comune a tutti.
(Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui – Riflessioni su Lessing, Raffaello Cortina editore)

Gesù compatisce, ha compassione, davanti a uomini di Gerusalemme che trafficano la vita di tutti i giorni: quelli che Egli vede sono uomini che vendono, comprano, amano, mangiano e si riposano.

Non uomini sfigurati, ammalati, annegati, profughi o pezzenti.

Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata». (Lc 19,41-44). 

Così ha ragione Quirico quando dice che noi occidentali, per compatire, abbiamo bisogno di veder soffrire: abbiamo smesso di riconoscere il tempo in cui Dio è presente tra noi. E questo tempo è Oggi. Non siamo più in grado di condividere la gioia dell’esserci: viviamo da soli, non condividiamo la gioia dello sviluppo della nostra vita nell’amore alla moglie o al marito, nel lavoro, nella politica, nella difficoltà, nel creare benessere, nello studiare. Perfino nel morire, a cui la natura in sé ci determina; questo viver ch’è un correre a  morte, diceva Dante.

Questo quadro di Bruegel ci dà speranza: Cristo là in croce, che quasi non si riconosce, mentre tutti trafficano, vendono, mangiano, si riposano; nell’acosmia assoluta ci ridà il tempo, il cosmo e la speranza. Perché è resuscitato.

 

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