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La fede e l’arte secondo Demetrescu

settembre 1, 2011 Mariapia Bruno

Opere di grandi dimensioni dominate da forme geometriche e forti elementi decorativi, scenari contemporanei che guidano alla comprensione di significati simbolici. È l’arte di Camilian Demetrescu, che a Tempi racconta il percorso creativo che lo ha portato a una straordinaria raffigurazione della parola divina.

 

Maestro Demetrescu, lei è pittore, scultore, scrittore e studioso di storia dell’arte. Negli anni precedenti alla sua venuta in Italia fu membro fondatore dell’Unione degli artisti di Romania e ha partecipato alle principali mostre nel suo paese. Nel 1969, mentre in Romania incombe il neorealismo socialista imposto dal regime comunista, lei arriva in Italia e chiede l’asilo politico. Abbandona i paesaggi e i ritratti anonimi del suo primo periodo di attività e sposa l’arte astratta. Come sono le sue opere in questo periodo?

Il realismo socialista imponeva all’artista di rappresentare la realtà non così com’era, ma come sarebbe dovuta essere secondo le indicazioni del partito: il paradosso di un realismo astratto. Per guarire dall’incubo di questa menzogna dovetti ripartire dagli archetipi della realtà vera, dalle sue forme primordiali: l’uovo, la conchiglia, le geometrie della natura. Non erano astrazioni nel senso di pura invenzione, ma forme simboliche, testimonianze riconoscibili del mondo creato: nereidi, uccelli del paradiso, padiglione sosta per gli uccelli migratori, etc.

 

Nel 1979 incontra a Parigi lo storico delle religioni Mircea Eliade. Dopo questo incontro abbandona l’astrattismo e comincia a creare opere dai forti contenuti spirituali e ispirate ai temi sacri…

Prima dell’incontro con Eliade avevamo scoperto e restaurato a Gallese nel 1977 con le mani della nostra famiglia una pieve romanica del XII secolo. Cercavo un atelier in campagna, ma dopo la riconsacrazione ho capito che la mia arte non poteva rimanere confinata nell’esperienza astratta. Il cristianesimo è fondato sull’incarnazione: Dio si fa vedere nelle sembianze umane, l’arte cristiana non può essere che figurativa. L’incontro con Eliade segnò il distacco dall’astrattismo e l’apertura verso l’universalità degli archetipi fondanti dell’arte cristiana.

 

Le opere che compongono la sua Via Crucis Atomicae, nate da uno studio legato a una riflessione sul pericolo di un conflitto nucleare e sulla forza disgregante del male, rappresentano quattro esperienze di calvario: quella di Cristo, di Caino, di Abele e dell’uomo contemporaneo. Un calvario collettivo e allo stesso tempo individuale? 

L’undici settembre del 2001 mi trovavo a Bucarest. Saputo della tragedia, rientrai a Gallese. Da anni tenevo nel cassetto il progetto per un arazzo sul tema dell’ amore – non solo come Eros, ma nel senso della Philia dei presocratici – l’energia primordiale che tiene tutto insieme, nel micro e nel macrocosmo, atomi, galassie, cellule vive. Al centro dell’opera ho raffigurato l’abbraccio tra un uomo e una donna, in mezzo a un vortice di astri e pianeti mossi a manovella, come nelle miniature medievali, da due angeli raffigurando l’amore divino e l’amore umano – “L’Amor che move il Sole e l’altre stelle” – l’ultimo verso della Divina Commedia. L’arazzo, intitolato Abbraccio cosmico, si trova oggi nello spazio per le udienze private del papa, accanto alla sala Paolo VI. Con questo lavoro riprendevo dopo quasi vent’anni, il tema del divenire storico del peccato originale, dal fratricidio di Caino fino alla bomba atomica, seguendo il percorso del calvario dell’umanità dietro la Via Crucis di Cristo – la condanna, le cadute, il suplizio, la crocefissione e la morte – fino alla resurrezione di Caino e Abele in un solo corpo. Un percorso simbolico per rimettere in discussione il destino umano, in un mondo che ha smarrito nella sua coscienza il senso della redenzione.

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