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La domenica della metropoli

ottobre 5, 2011

Diciannove giugno. Sotto a un cielo blu smalto, è domenica. Si vedono le Grigne, da viale Zara. Eppure, anche con un sole così a me Milano la domenica sembra triste. Come spaesata. Ancora gentile al mattino presto, quando attorno a un tabacchi aperto, a un’edicola si muove il consueto caro pellegrinaggio del quartiere: caffè, giornale, pipì del cane. Ancora lieta al parco, dove i bambini piccoli parlano con le papere del laghetto; e magari sul sagrato di qualche chiesa popolare, dove all’uscita ci si trova e ci si saluta. Ma, passata l’una, e appena fuori da corso Vittorio Emanuele o piazza Duomo, mi sembra che un non proclamato coprifuoco cada sulla città; e dalla Fiera a Città Studi a Baggio, Milano cada in un torpore che non le somiglia; come un sonno, ma un sonno strano, ipnotico, confuso il confine tra la veglia e l’oblio.

Sono le strade così silenziose, dove i piccioni indugiano pigri, solo all’ultimo alzandosi oziosamente in volo all’arrivo di un’auto. Sono gli autobus vuoti nelle periferie, veloci senza il traffico, e però tristi, nello spalancare le portiere a fermate dove non sale nessuno. Sono le tapparelle delle case borghesi abbassate, a dire che gli abitanti sono al mare o nell’Oltrepò o sui laghi, ma certamente non, loro che possono, a Milano, di domenica. Sono le folle dei grandi centri commerciali dell’hinterland, affannate ad adorare le mille vetrine di queste nuove imponenti cattedrali: come se altra speranza non fosse data al popolo, nelle nostre domeniche sconsacrate, che comprare, comprare.

E insomma sì, Milano la domenica mi inquieta. D’altronde, metà dei due milioni di persone che nei giorni feriali gravita sulla città abita fuori; dei residenti, molti vanno altrove – si direbbe che scappino, a giudicare dalle code nervose del traffico in uscita, il venerdì sera. La domenica dunque Milano è la metà della metà. Ma basta, questa aritmetica, a spiegare la malinconia che mi prende davanti a certi parchi giochi semideserti, o ai vecchi soli a passeggio, adagio, con il cane? Non è solo questione di numeri, la ordinata solitudine dei viali vuoti (quel rumore che fanno i tram che si allontanano, così forte nel silenzio, come un sospiro lamentoso). È come se a Milano, la domenica, venisse a mancare il sole attorno a cui la città orbita; e si annaspasse dunque in uno smarrito torpore.

Fino a lunedì all’alba, quando schioccano metallici gli scambi fuori dai depositi e i tram in fila escono sferragliando per le strade, e i camion dell’Amsa divorano con le mandibole meccaniche i sacchi gonfi, e li deglutiscono voraci. Girano alle sette le gru, nei cantieri di Porta Nuova, e alle otto martellano gli operai nel cantiere sotto casa. Il lunedì mattina presto, a Milano, mi commuove. Come se nel lavoro la città ritrovasse l’unico modo di pregare che sa ancora.

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