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La danza macabra della Galleria Miomao di Perugia

febbraio 8, 2012 Mariapia Bruno

«Ricordati che devi morire» recita la nota locuzione latina tanto amata da poeti e pittori. Dalle danze macabre tardo medievali ai pastori dell’Arcadia di Poussin e Guercino, l’inevitabile incontro con la morte trionfa su nel mondo dell’arte con i suoi simboli agghiaccianti, i teschi, gli scheletri, le ossa. E’ un memento mori che si ripete e che trova sempre nuove forme artistiche di diffusione, dal design, alla musica, ai fumetti, al cinema, alla televisione, e nessun luogo o epoca ne è immune. Si intitola “MM. Hasta la Muerte/Fino alla Morte” ed è una retrospettiva che si presenta come una grande danza macabra nel mondo dell’arte, quella che dal prossimo 11 febbraio apre le porte al pubblico presso la Galleria Miomao di Perugia. Ispirata dalla lettura critica elaborata dal curatore Alberto Zanchetta sul saggio Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive (Johan&Levi, 2011), la retrospettiva mette insieme le opere di 34 autori internazionali di epoche diverse, tutti accomunati dall’interesse per l’iconologia della vanitas, ovvero di quel genere di natura morta costruita con simboli che alludono alla caducità della vita.

Tutto ruota intorno al simbolo del teschio, un’effigie plurisecolare che rispecchia le ossessioni e le paure di ogni uomo in ogni tempo ricordandoci l’imminente fine di tutte le cose. E’ con la testa di morto che dialoga il dubbioso Amleto, il personaggio shakespeariano più complesso nel quale tutti ci siamo almeno una volta immedesimati. E quello stesso teschio sembra suggerirci in silenzio i grandi significati escatologici che abbiamo dimenticato volutamente o nolentemente. Ed è ancora il teschio, questa volta tempestato di brillanti, il pezzo forte e superchiacchierato dell’artista Damien Hirst. Ma sono i teschi e gli scheletri di Paolo Bacilieri, Donald Baechler, Armin Barducci, Alessandro Bazan, Andrea Bruno, Andrea Chiesi, Conrad Meyer, H. Simon Thomassin, William Marc Zanghi e di tanti altri artisti ad affollare il percorso espositivo, sprezzando la caducità delle cose terrene e spingendoci ad una forte e toccante riflessione ontologica.

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