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La corruzione devasta la Cina ma il Partito comunista pensa ancora che sia un «problema morale»

giugno 19, 2012 Leone Grotti

Sono due le affermazioni famose di Deng Xiaoping, successore de facto di Mao Zedong alla guida del Partito comunista, che in Cina stanno facendo più danni della grandine: la prima è «Arricchirsi è giusto», la seconda è «Non importa se il gatto è bianco o nero, finché cattura i topi». Se la prima ha “dato il la” a una sfrenata corsa all’oro cinese, che non guarda in faccia nessuno, la seconda ha giustificato qualunque mezzo per, appunto, arricchirsi. Non è strano perciò che la corruzione sia così diffusa in Cina tra i funzionari di partito, tanto che il governo ha deciso di combatterla con una serie di quattro volumi sui valori morali e sull’importanza di «agire secondo coscienza».

Il set di libri è intitolato “Studio sull’integrità morale dei funzionari nella Cina antica e contemporanea” e verrà usato per educare i quadri di partito. La notizia, diffusa dal quotidiano-megafono del Partito Beijing Daily, continua informando che i testi contengono esempi moderni e antichi, proverbi, citazioni filosofiche da Confucio e dal taoismo che definiscono qual è la differenza tra un ufficiale corrotto e uno virtuoso e quali devono essere gli standard morali dei comunisti cinesi.

L’obiettivo è importante, per dare un’idea della corruzione in Cina basta citare gli ultimissimi casi: a giugno sono stati arrestati Tao Liming, presidente della Banca depositi postali cinese, Yang Kun, vicepresidente della Banca agricola, Chen Hongping, sempre della Banca postale, insieme a 102 funzionari dello Shandong. Il 6 giugno scorso Pechino, che stima sempre le cifre al ribasso, ha ammesso che nel partito ci sono almeno 40 mila dirigenti corrotti. Negli ultimi anni le autorità cinesi hanno arrestato 18.400 membri del Partito, dal 2000 sono stati confiscati 54,19 miliardi di yuan (circa 7 miliardi di euro) di mazzette.

Se il problema è serio il modo con cui il Partito comunista cerca di risolverlo, una tirata morale, è utopico. Secondo lo studio «ciò che caratterizza i cattivi ufficiali sono eccessiva avarizia, tirannia brutale e tendenza ad abusare del popolo». Ma quattro bei tomi non basteranno ad estirpare la pratica della corruzione, che vive incontrastata tra i quadri del Partito. Se i funzionari possono agire in modo indiscriminato, rubare a piacimento e sfruttare la popolazione non è perché non conoscono la differenza tra bene e male, ma perché in Cina esiste una sola autorità, il Partito comunista cinese, che nessuno può contrastare né obiettare.

Secondo il professore Hu Xingdou, intervistato dal South China Morning Post, «abbiamo già avuto diverse campagne sulla morale negli scorsi anni ma la situazione continua a peggiorare. Senza il rispetto della legge e la democrazia, è come parlare a vuoto». Continua lo storico Zhang Lifan: «Hanno provato a celebrare il marxismo, ma non ha funzionato, hanno provato a celebrare il Confucianesimo, ma non ha funzionato neanche quello perché la maggior parte degli ufficiali dice una cosa ma ne fa un’altra».

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1 Commenti

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L’Osservatore Romano

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