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La Clinica Divina Providencia, dove prepariamo «santi per il cielo»

maggio 13, 2016 Sonia de la Cruz

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Il 1° maggio la nostra clinica di cure palliative ha compiuto dodici anni. Ecco come suor Sonia, il cuore dell’Ospedale, ricorda l’avvenimento (padre Aldo Trento).

«La bellezza è l’apice della carità». Questo è il motto che vige nella Casa Divina Provvidenza abbracciando ammalati terminali poveri che arrivano da ogni parte del paese. Mendicanti, bambini, uomini e donne abbandonati incontrano qui una casa che sempre li accoglie con le braccia aperte al Mistero. Loro sono i nostri “proprietari”. Loro sono le persone che serviamo e amiamo in nome di Gesù.

Questa casa che si prende cura di loro è l’espressione della Bellezza, che è Cristo, apice della carità di Dio, che non smette di gridare al Mondo che anche il dolore e la morte sono parte della bellezza della vita perché,  grazie a Cristo Risorto, la morte non ha più l’ultima parola.

Oggi, primo giorno di maggio, mese consacrato alla Vergine, e giorno in cui ricordiamo il suo sposo san Giuseppe e il medico e sacerdote san Riccardo Pampuri, la “Casa Divina Provvidenza, Don Luigi Giussani” festeggia i suoi primi 12 anni di abbraccio a Gesù povero e ammalato in ciascuno dei volti che accompagniamo fino alla salita in Paradiso.

Sono passati 12 anni dal giorno in cui padre Aldo prese con sé Laura, una giovane ammalata, abbandonata con i suoi 5 figli, offrendole le cure più attente, in particolare i sacramenti e una compagnia che con amore l’ha sostenuta nel dolore, con lo sguardo fisso al Mistero. Avendo negli occhi questa donna e a tante altre persone che muoiono nella solitudine, senza l’aiuto dei sacramenti e di un’assistenza medica adeguata, padre Aldo si chiese insieme ad un amico sacerdote: «Come ci piacerebbe morire? In un luogo bello, pulito, ordinato, con tutti i sacramenti, ricevendo la Comunione tutti i giorni, con la visita quotidiana del Santissimo, circondato di persone che mi amino…». Così, rispondendo a questa “ispirazione” divina, nacque questa “Antisala del Paradiso”, come canto alla vita, come Casa di Dio e Porta del Cielo che rivela il volto bellissimo del Padre.

Questo luogo sacro ha aperto le sue porte per la prima volta nel 2004, a seguito di lunghi anni passati nell’adorazione a Cristo Eucarestia nella piccola cappella parrocchiale. Lo stesso padre Aldo l’aveva costruita, una volta ricevuta la responsabilità della parrocchia: «Sentendo tutta la mia impotenza, decisi di costruire una piccola cappella di adorazione perpetua dove il Santissimo Sacramento fosse adorato tutte le 24 ora del giorno. E così dissi al Santissimo: Tu sarai il Parroco e io il tuo servo».

La clinica, come la maggior parte delle opere della Fundación San Rafael, è nata dalla bellezza dell’Eucarestia, da quelle ore trascorse in silenzio in cui padre Aldo, scrivendo i bollettini parrocchiali, si lasciava forgiare interiormente dallo sguardo pieno d’amore del Santissimo Sacramento, per poi riconoscerlo con prontezza e serietà in ciò che quotidianamente accadeva.

Questa casa è un’opera profondamente eucaristica, sostenuta e custodita dalla Divina Provvidenza che non abbandona mai i suoi figli più piccoli e prediletti. Il suo unico fine è annunciare Cristo, accompagnando fino alla morte il malato aiutandolo a portare la croce, facendosi carico con lui del suo dolore, riconoscendo in lui il volto di Cristo che soffre, muore e resuscita. Adorando Cristo nell’Eucarestia e negli ammalati, fino ad ora abbiamo accompagnato alla morte 1.307 persone affette da Hiv, cancro e altre malattie. Sono entrati in questa casa in 1.793, di cui 449 hanno fatto ritorno alle loro piccole case o alla casita di Belen, alle case per anziani o alla fattoria Padre Pio, dove vivono ammalati di Aids in buone condizioni.

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Il Santissimo esposto nella cappella della clinica illumina tutta la nostra casa, donandole una bellezza celestiale. Ricordo Analía, una signora sposata di 34 anni che, disillusa per il trattamento ricevuto in tanti ospedali, non voleva trasferirsi alla clinica; per l’insistenza del marito alla fine accettò lo spostamento, però all’arrivo in ambulanza non volle scendere e l’autista dovette fare alcuni giri intorno al quartiere mente lei piangeva sconsolata. Il marito provava a consolarla e le chiese di provare almeno a vedere se le piacesse il luogo. Così, quando entrò finalmente dentro la clinica, ancora nella reception, sussurrò al coniuge piena di commozione: «Che pace sento qui! Adesso so che morirò in un luogo bellissimo!». Dopo alcuni mesi partì per il Paradiso, ma prima chiese di vedere ciascuno di noi e prendendoci la mano disse: «Grazie, grazie di tutto», e riposò grata tra le braccia di Dio.

In questo luogo la verità che Cristo è resuscitato e tuttora vive è la certezza con cui chiudiamo gli occhi dei nostri figli che se ne vanno e una volta che l’anima abbandona il corpo fragile e bello come di un uomo o una donna in procinto del matrimonio, con lenzuoli e coperte di merletto, celebriamo la Santa Messa di addio nella nostra bellissima cappella.

Padre Aldo ci ricorda: «Nostro compito fondamentale è preparare santi per il cielo, che proteggano questa terra», e per arrivare a ciò è fondamentale la “cariñoterapia” di cui ci parla papa Francesco, cioè offrire il fascino di un amore che apre le porte del cuore alla speranza di vivere e sognare.

Da due giorni ci ha lasciato Catalina, una signora di 65 anni, malata di cancro, logorata da una vita dura e piena di sacrifici, senza marito né figli. Lavorava come medico naturalista ed era una grande fumatrice. Il suo ingresso era stato sollecitato da un sacerdote. In alcuni momenti lei riferiva il desiderio di ritornare a casa, però quando mi avvicinavo per salutarla, si dimenticava di quella richiesta e mi diceva: «Tu sei la mia mamma, quando sei qui io sto bene». Padre Aldo è solito ripeterci: «A cosa servono le cure palliative se non offriamo all’ammalato già qui in terra la dolce compagnia di Gesù che lo aspetta in cielo?».

I nostri figli infermi ci consolano con il conforto che il Signore dona loro, sono le ostie bianche che offrono la vita per la santificazione dei sacerdoti e delle anime.

Alba, una ragazza di 19 anni, che soffre di dolori insopportabili, le volte che la trovo sveglia alla mattina presto a causa del male che l’ha tenuta sveglia tutta la notte, mi dice: «Io offro sempre il mio dolore a Gesù per padre Aldo, per te e per tutti quelli che lavorano qui».

Don Andrés, un buon uomo a cui un giorno dissi: «Non so se Gesù, nostro Signore, è contento di ciò che facciamo», mi rispose sorridendo e con molta sicurezza: «Certo che sì, certo che sarà contento se voi ci trattate tanto bene!».

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I nostri ammalati vivono il dolore e la morte con la dignità dei figli di Dio. L’ultimo sorriso che si disegna sulle loro labbra è il sorriso della misericordia di Dio. Un sorriso divino che si riflette in questa vita che si apre alla Vita vera. Come il sorriso di Alberto in questi giorni, un volto luminoso, tanto sereno che esprimeva il riposo dolce del suo spirito. Quando durante la Messa, piena di stupore lo guardavo, pensavo dentro di me: «Come mi piacerebbe morire così anche io!». Alberto aveva sofferto molto, moralmente e fisicamente: abbandonato da tutti, affrontava il cancro come un guerriero. Ancora una volta posso dire che la bellezza nasce dal sacrificio, che non c’è bellezza senza croce.

Ringrazio Dio perché in questo luogo grazie a Cristinita, una bambina cieca di 3 anni affetta da idrocefalia, Gesù mi ha fatto il dono della maternità. Lei, una bambina nella sua piccola culla, che non poteva vedere né parlare né muoversi da sola, ha cambiato il mio cuore gridandomi silenziosamente: «Ho bisogno di te». Mi ha chiesto di essere sua madre e madre di tutti gli altri. Da quel pomeriggio, quando uscii piena di gioia dalla sua stanza, non avevo più davanti a me “ammalati”, ma “figli” che aspettavano il mio amore.

Pensate che la vita dei nostri ammalati sia inutile? Gesù in loro fa sì che la loro “inutilità” per gli occhi del mondo sia “fecondità” agli occhi di Dio e di chi avvicinandosi li abbraccia. Il verbo fatto carne in Cristinita mi ha rivelato il Suo volto introducendo nella mia vita una novità prima sconosciuta.

Questa è l’esperienza che viviamo con i nostri “santi della clinica” che sotto al manto sacro della santissima Vergine incontrano Cristo, e mi aiutano ad innamorarmi dell’Amore che mi salva e mi rende nuova, come una piccola Maria ai piedi della croce.

Grazie padre Aldo per il tuo “Sì”, per il tuo amore a Gesù e ai poveri, per la tua vita spesa per la gloria di Dio. Grazie per questo luogo tanto bello, benedetto da papa Francesco, grazie perché sei stato testimone di tanti miracoli. Grazie perché al tuo fianco imparo ad essere figlia, sposa e madre di Gesù povero e infermo. Grazie perché qui vivo la pienezza di una vita offerta al servizio di Cristo e della Sua Chiesa.


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