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L’incontro, magari a tavola, che dà speranza all’avvenire

luglio 12, 2014 Annalisa Teggi

«E questi prendano la mia vivanda col pane,/ che la farò loro e gustare e patire» (Dante, Convivio, I, 1)

Non seguo Masterchef e adoro Chef Rubio. Infatti, sono cresciuta nella Romagna dei cibi unti e bisunti: da noi si mette la pancetta anche nel «friggione» di verdure. È un menù saporito quello delle sagre estive, posti all’aperto dove ci si siede in lunghi tavoloni condivisi con altri sconosciuti e con l’atmosfera intrisa del fumo denso delle griglie che arrostiscono stinchi e braciole. Chiasso e chiacchiere spontanee, musica da ballo liscio e zanzare a volontà.

Mentre mi godevo una serata del genere, in un contesto ben più raffinato l’etnologo francese Marc Augé, ospite alla Milanesiana, affermava: «L’incontro è il contrario del destino». Leggendo queste parole sulle pagine del Corriere, non ho potuto non soffermarmi: intendendo per destino tutto ciò che di fisso e immutabile è scritto nelle leggi genetiche (o nelle trappole mentali che ciascuno si costruisce), Augé ha proseguito sostenendo che la dinamica dell’incontro è ciò che dà speranza al nostro futuro perché «apre la possibilità di un avvenire, di un’avventura che trae la sua forza inaugurale dall’evidenza di una presenza altra e consente di sfuggire al succedersi necessario di un percorso solitario».

Declinando la robustezza elegante delle sue parole alla mia più semplice quotidianità, ne ho dedotto che futuro è una parola singolare (e triste), mentre avvenire è una parola plurale (e sorprendente). Mi spiego: il futuro è un pensiero singolare, cioè è il nome che un uomo solo e singolo dà ai giorni che verranno, facendo le sue ipotesi; mentre avvenire è un pensiero plurale, cioè è il nome che il futuro assume se non ci si pensa da soli. Infatti, se qualcosa «ad-viene» (vale a dire: ti viene incontro), allora è evidente che non ci sei solo tu. Al tavolo prenotato in anticipo con menù fisso, preferisco (anche se è più spericolato) il turista-fai-da-te-no-Alpitour che fischietta «Aggiungi un posto a tavola».

Ho associato la fine filosofia di Augé alle nostre ruspanti tavolate romagnole; ma Dante stesso scelse di condividere delle riflessioni serissime in un’opera pensata come un banchetto, e intitolata appunto Convivio. Uno dei primi compiti domestici che affidiamo ai nostri figli è quello di aiutarci ad apparecchiare la tavola, ed è meraviglioso. Perché la tavola è incontro: lì, lo spazio che crei con l’altro e per l’altro è fisicamente visibile; sono piatto, posate e bicchiere che metti accanto o di fronte a te. E accanto a me e mio marito a quella sagra estiva, mangiavano due sorridenti signore che, poco dopo il nostro arrivo, ci hanno detto: «Noi abbiamo finito, se volete vi lasciamo questo». E ci hanno allungato una brocca di sangiovese e un cestino di piadina. Pane e vino, ci sarebbe di che farne una digressione religiosa.

Mi limito, invece, a riproporre alcune parole del Papa durante la sua visita pastorale in Molise: «Anche nelle nostre comunità non mancano atteggiamenti negativi, che rendono le persone autoreferenziali, preoccupate più di difendersi che di donarsi. Ma Cristo ci libera da questo grigiore esistenziale». Poi ha mangiato insieme agli ospiti della Caritas locale: fettuccine ai funghi, cavatelli, caponata, pollo e patate al forno.

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