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Intervista – L’artista Antonio Mazzotti ricordato dalla figlia Chiara e dal curatore Renato Barilli

febbraio 13, 2015 Mariapia Bruno
Dal 14 febbraio al 12 marzo 2015 nella Sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio di Bologna, si terrà la mostra antologica di ANTONIO MAZZOTTI, organizzata nel centenario della nascita dell’artista, con il patrocinio del Comune di Bologna. Abbiamo intervistato il curatore della mostra e autore del testo critico pubblicato in catalogo, Renato Barilli, e la figlia dell’artista, Chiara Mazzotti.
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Renato Barilli, curatore

1) Il nome del pittore Antonio Mazzotti non è molto diffuso tra il grande pubblico. Ricostruiamo il suo profilo. Artista bolognese, classe 1914, insegnante di disegno ed educazione artistica, comincia a farsi strada negli anni della ricostruzione post-bellica mettendo a disposizione di alcuni noti architetti bolognesi, come Alberto Legnani, il suo rigido disegno geometrico. Come mai questo confronto con l’architettura? A quali noti nomi possiamo accostare i suoi primi disegni?

Chiara Mazzotti: Le domande che ci fanno i nostri amici sono molto incentrate sulle motivazioni che stanno dietro a certe scelte operate da mio padre; alcune motivazioni sono intrinsecamente legate alla volontà espressiva del suo agire artistico, altre motivazioni sono probabilmente frutto di contingenze (ad esempio, la scelta di lavorare con gli architetti); per conoscere le varie motivazioni  bisognerebbe girare queste domande a mio padre, che non può più rispondere. Nemmeno io che sono sua figlia posso dire con esattezza in che modo mio padre sia entrato, ad esempio, in contatto con gli architetti; non so nemmeno se sia stato lui ad auto-candidarsi presso i principali studi architettonici bolognesi, oppure se sia stato segnalato da terzi. I suoi primi disegni possiedono un tratto naturalistico che egli ha progressivamente abbandonato a favore di un sempre più preponderante astrattismo.

Renato Barilli: Vale la pena di ricordare che Mazzotti ha lavorato anche nello studio del maggiore architetto bolognese della seconda metà del Novecento, Enzo Zacchiroli, e non si deve neppure scordare la sua principale professione di insegnante di disegno alla Scuola media S. Domenico, dove negli anni post-45 io sono stato suo allievo. E dunque, un attaccamento radicale a impalcature geometriche faceva parte integrante della sua forma mentis. Ma proprio per questo, quando entrava nelle vesti di artista libero e creativo, si proponeva di capovolgere la bilancia e di proiettare quelle stesse soluzioni geometriche verso fini fantastici, fantasmagorici, come fuochi d’artificio.

Chiara Mazzotti, figlia di Antonio

Chiara Mazzotti, figlia di Antonio

2) Il suo stile più maturo è segnato dal tema del “mondo immaginario”; i suoi labirinti fantastici e i percorsi incantati sono a metà tra l’optical e l’astratto architettonico. Perché la fantasia è così importante? Sembra quasi in contrasto con la durezza e la concretezza delle sue matematiche geometrie…

Chiara Mazzotti: E’ vero, l’arte di Mazzotti si svolge su una traiettoria in equilibrio tra fantasia e rigore, ma questi due termini nel suo mondo non sono in contrasto. Anzi, per Mazzotti l’espressione artistica non è frutto di gesti estemporanei sulla tela o sulla carta, bensì è il risultato di una disciplina interiore, di uno studio incessante e meditato. La fantasia è insieme genitrice di questo processo, e disvelatrice del risultato finale. Se pensiamo ad esempio a un compositore come Bach, soprattutto a certe sue fughe, ai suoi contrappunti, tutto si svolge attraverso progressioni rigorose, matematiche, ma quello che giunge all’orecchio è una fantasmagoria barocca, tutt’altro che arida: la fantasia alla sua massima estrinsecazione.

Renato Barilli: E’ appunto evidente la sua intenzione di contrastare, per quelle stesse geometrie, l’andamento più corretto, ma anche anonimo, cui era costretto dalle esigenze del lavoro quotidiano. Del resto gli anni ’60 lo favorivano in ciò, dato che si diffondeva in tutto il mondo occidentale la cosiddetta Optical Art, che si proponeva di sfruttare tutti i possibili inganni ottici, procurando una specie di delirio percettivo infittendo le trame, giocando di contrapposizioni tra corpi in primo piano e altri che si allontanano a perdita d’occhio. Ho detto, nella mia introduzione al catalogo, che se fosse vissuto ai giorni nostri, Mazzotti non avrebbe esitato a valersi anche della computer graphic, che permette di moltiplicare a piacere le griglie, i reticoli, e di mutarne anche l’aspetto cromatico.

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Un’opera di Antonio Mazzotti

3) Non manca, nella sua produzione, la componente iconica: quali sono i soggetti ricorrenti? E il colore, che ruolo gioca?

Chiara Mazzotti: I soggetti ricorrenti sono, accanto ai paesaggi marittimi dei primi dipinti: figure femminili, spesso accostate a statue-idoli di antiche civiltà africane, monili intagliati nella pietra, oggetti ora da museo, ora da collezione, fissati in una immobilità quasi ieratica. Il colore ha un ruolo importantissimo. Mazzotti ha studiato e fatto sua la lezione di maestri del colore di ogni epoca, dai Fiamminghi a Kandinsky, tutti accomunati da scelte coloristiche vivacissime.

Renato Barilli: Senza dubbio la pittura di Mazzotti si schiera nella compagine dell’astrattismo geometrico, rilanciata e resa più intrigante proprio dalla Optical Art. Non possiamo però dimenticare che la Op giocava in coppia con una specie di faccia alternativa, la Pop Art, rivolta invece a valorizzare sagome figurative, forme di oggetti riconoscibili, appartenenti all’universo del consumismo e dei mass media. Tra questi, allora si dovevano annoverare perfino i nudi femminili, col loro facile richiamo erotico, e anche certe immagini sacre conservate nei musei potevano esserne estratte, quasi rubate, quasi con gesto di feticismo. L’artista si impadronisce avidamente di queste icone, ma per portarle in salvo nelle gabbie dorate della sua fantasia, quasi come gli insetti porterebbero nei loro nidi le sostanze nutritive. E naturalmente questi simulacri, fatti oggetto di un culto segreto, richiedevano un supplemento di colore, che peraltro non mancava certo di inondare anche i labirinti affidati al dispiegarsi di una nuda geometria.

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