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Intervista – Quell’inquietudine che ci avvicina all’arte contemporanea

marzo 7, 2014 Mariapia Bruno

Dal 15 marzo al 22 giugno 2014, al Lucca Center of Contemporary Art, si terrà la mostra Inquieto Novecento. Vedova, Vasarely, Christo, Cattelan, Hirst e la genesi del terzo millennio. Con una selezione di oltre settanta opere la retrospettiva intende stimolare una riflessione sull’arte contemporanea e sulla sua percezione, dalla genesi al presente. Rispondono alle domande di tempi.it i due curatori, Stefano Cecchetto e Maurizio Vanni.

Ancora oggi, la percezione che il grande pubblico ha dell’arte contemporanea è caratterizzata da “sommi capi”: antiaccademismo, astrattismo, provocazione, ma anche sregolatezza, incomprensibilità o non senso assoluto. Se da un lato è vero che la critica e certi appassionati attribuiscono significati fantasiosi e puramente inventati ad opere nate assolutamente per caso, dall’altro è anche vero che gli artisti contemporanei si sono battutie continuano a battersi  per farci capire che quelle composizioni che spesso non consideriamo nemmeno tali, sono in realtà il riflesso del mondo di oggi, confusionario e pieno di contraddizioni. Come la mostra da voi curata racconta le percezioni, le inquietudini e i paradossi della contemporaneità?

Christo, Project for Valley Curtain, 1971, collage e tecnica mista su carta, 71x56 cm, Collezione R.E.DStefano Cecchetto: L’artista Mino Maccari negli anni ’60 esortava i collezionisti con una frase ironica: “Non comprate i quadri astratti, fateveli da voi”. In questa frase, semplificando, possiamo trovare la risposta alla concezione che la maggior parte dell’opinione pubblica ha ancora oggi dell’arte contemporanea. Naturalmente non è così, la differenza si vede, o meglio si sente, in quanto l’opera d’arte va sempre vista in due modi: con l’occhio e con la mente, quando l’artista riesce a raggiungere questo obiettivo direi che è finalmente riuscito a farsi comprendere. Ma questo è un processo che deve scaturire dall’inquietudine interiore di ognuno di noi, sia dell’artista che realizza l’opera, sia del fruitore che la osserva e che in quel preciso momento diventa protagonista tanto quanto l’artista stesso. L’intento della mostra di Lucca è proprio questo: mostrare l’inquietudine dell’arte del Novecento affinché lo spettatore riesca a farla propria, per comprenderla e condividerla con l’artista.

Maurizio Vanni: Sono pochissime le persone in grado di contestualizzare gli artisti nelle caselle della storia dell’arte del passato rispetto a tutto il potenziale di coloro che potrebbero frequentare i musei. Sono ancora meno quelli che possono fare collegamenti tra i vari momenti storici e indicare genesi o eredità costruttive. Le arti visive, come tutte le arti in generale, dovrebbero essere appannaggio di tutti, anche di quelle persone che, per scelte professionali altre, non hanno avuto il tempo di creare un proprio bagaglio tecnico specifico. Anche la sregolatezza, come la definisce lei, ha un suo perché se collochiamo alcuni lavori in precisi momenti storici: è sufficiente non essere accademici o non rispettare i codici del proprio tempo per essere considerati strani, non convenzionali o privi di regole. La creatività vera è stata spesso associata al concetto di genio e sregolatezza. Come risolvere la questione legata a quelle opere che, apparentemente legate alla provocazione di un’idea, non sono collocabili all’interno di alcuno schema? Iniziamo a non spiegarle, a non crearci sovrastrutture inventate sul momento dal critico di turno. Colmiamo il gap tra opera e pubblico fornendo elementi di scoperta e riscoperta, mettendo ogni visitatore al centro dell’attenzione, responsabilizzandolo e rispettando il suo pensiero. Sarebbe bello poter arrivare ad avere per ogni lavoro tanti pensieri quante sono le persone che l’hanno vissuto. Oggi ha ancora senso parlare di critica d’arte militante? Non basterebbero lo storico dell’arte e un bravo curatore a facilitare la fruizione delle arti contemporanee anziché renderla impossibile al di fuori di una ristrettissima cerchia di privilegiati? Il critico migliore non potrebbe essere proprio il visitatore?

Sironi, Vedova, De Pisis, Depero, Rotella, Cattelan, sono artisti che ormai hanno guadagnato più di una paginetta nei libri di storia dell’arte. Quali sono secondo voi le stelle nascenti del terzo millennio che lasceranno un segno nella storia?

Guglielmo Achille Cavellini, Visitate l'Italia, 1968, tecnica mista su tavola 88x67 cm Collezione R.E.DStefano Cecchetto: Il plus valore del mondo contemporaneo è sicuramente la sua immediata fruibilità, ma l’altrettanto immediato problema è la cancellazione della sua memoria; gli artisti del Novecento sono rimasti più a lungo nei libri di storia, anche perché hanno impiegato più tempo ad arrivarci, dopo un sistema complesso di affermazione che si svolgeva in percorsi più articolati e difficili. Le stelle nascenti del terzo millennio sono sicuramente molto più note dei loro padri, ma destinate comunque a durare meno nella distanza; quelli che potranno reggere il confronto con il tempo saranno gli artisti che riescono a inventare nuovi linguaggi o a riutilizzare in modo nuovo i linguaggi del Novecento, mantenendo inalterata la propria identità individuale e non facendo il verso ai loro padri.

Maurizio Vanni: Dopo un secolo nel quale è stato fatto e detto quasi tutto, non resta che considerare gli artisti del terzo millennio come testimoni del proprio tempo. Apprezzo coloro che, a prescindere dall’espressione artistica scelta e dallo stile adottato, hanno l’intraprendenza di trasformarsi in sismografi del “qui e ora” in grado di segnalare visivamente le grandi e le piccole scosse della società nella quale vivono. Spesso mi sento chiedere cosa resterà di questi primi decenni del terzo millennio: ho sempre risposto che la grande crisi di identità che stiamo attraversando è espressa perfettamente dai lavori di artisti creativi e indisciplinati che hanno avuto il coraggio di superare barriere mentali, geografiche e stilistiche. Per questo più che di stelle nascenti parlerei di personaggi virtuosi, volitivi, originali che non temono il giudizio degli altri e che, adesso più di sempre, raccontano le proprie storie. In questo momento seguo con particolare interesse i lavori dell’artista sudafricano Kendell Geers, del francese Robert Combas, della guatemalteca Regina José Galindo, del collettivo russo AES+F, del tailandese Sakarin Krue-On e del coreano Kim Jongku. Tra gli italiani scelgo probabilmente non il più bravo, ma quello che, secondo me, interpreta in modo più appropriato il concetto di cultura visiva in relazione alla propria identità, ai propri pensieri e al proprio tempo nell’era della globalizzazione: Christian Balzano.

Come si inseriscono le opere negli spazi del Lu.C.C.A., l’ennesimo caso in cui un palazzo antico (Palazzo Boccella è del XVI secolo) viene ristrutturato all’interno con le solite scatole bianche per ospitare qualunque tipo di creazione o istallazione contemporanea?

Stefano Cecchetto: Questa risposta vorrei lasciarla a Maurizio Vanni che è anche Direttore del Museo e quindi ha un ruolo più specifico e istituzionale sul luogo che ospita la mostra; per quanto mi riguarda, come curatore ho allestito mostre negli spazi più diversi: Musei, ex capannoni industriali; gallerie d’arte, fondazioni, etc. ma non credo che il lugo sia sempre e solo un contenitore passivo, o lo è fino al momento in cui non entrano le opere, da lì scatta il dialogo con lo spazio, che deve essere sempre vivo e stimolante.

Maurizio Vanni: In questo caso rispondo da museologo che si è occupato del progetto del Lu.C.C.A. Non è mai facile trasformare un palazzo storico in una struttura in grado di valorizzare arte visiva moderna e contemporanea. Abbiamo cercato di esaltare il confronto tra passato e presente in due piani e negli uffici con istallazioni site-specific che dialogano con la storia. Nei due piani espositivi principali, invece, abbiamo lenito la presenza del passato architettonico per concentrare l’attenzione del pubblico sulle opere. Ciò che lei chiama “solite scatole bianche”, io le definisco spazi neutrali, dotati di alta tecnologia che permette la visione ideale per ciascun lavoro. Un museo contemporaneo è pensato per le persone e per le opere e non deve necessariamente evidenziare, in tutti gli spazi, la propria carta di identità.

 

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