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Intervista – Il fotografo Nino Migliori e il gallerista Marco Antonetto raccontano la loro intesa

marzo 27, 2015 Mariapia Bruno

Ne abbiamo parlato qui della mostra che la galleria Photographica FineArt di Lugano dedica fino al 15 maggio 2015 a Nino Migliori, dal titolo Nino Migliori. Incanto e illusione. Abbiamo intervistato l’artista e il curatore, Marco Antonetto, che ci raccontano la loro intesa.

Un ritratto di Nino Migliori

Un ritratto di Nino Migliori

Dall’esperienza neorealista al trionfo della pellicola a colori: nella sua lunga carriera ha provato di tutto. Quali sono stati, però, i punti fermi?

Nino Migliori Ho iniziato a fotografare perché era il modo che sentivo più congeniale per riappropriarmi del mondo, della gente, della vita, del quotidiano dopo i terribili anni della guerra. Ero spinto dalla libertà e dalla curiosità. Curiosità anche di conoscere il mezzo che utilizzavo, da qui la sperimentazione, nata per caso ma che mi ha coinvolto profondamente, e che si è trasformata in progettazione. Quindi da una parte sperimentare con la luce con o senza macchina fotografica; scrittura di luce o con la luce è infatti l’etimo di fotografia, ed è per questo motivo che ora utilizzo il digitale continuando a sentirmi fotografo, poco importa se l’immagine si fissa su una pellicola o viene tradotta in linguaggio binario  Dall’altra progettare e realizzare dei racconti; la fotografia è scrittura, è linguaggio che ci permette di trasformare pensieri, progetti, stati d’animo in immagini.

Quali sono i suoi soggetti preferiti da immortalare e quanto conta la presenza umana nei suoi scatti?

Nino Migliori Credo che l’uomo sia il centro del mio interesse anche quando non compare fisicamente, ma ne intercetto le tracce, e l’altro riferimento è senza dubbio il tempo. A iniziare da Muri, dagli anni cinquanta, intesi come pagine di un diario pubblico dove le scritte ci parlano di sentimenti, emozioni, gioie e dolori e che il tempo sgretola, corrode, trasforma, per arrivare a Cuprum, lavoro realizzato quest’anno a Londra in un pub. Si tratta di tavolini di rame che portano i segni del passaggio delle persone e dei loro boccali di birra.

Chi sono i fotografi che più ammira? Ha assorbito la lezione di qualcuno in particolare?

Nino Migliori Ammiro tantissimi fotografi, il primo è stato Cartier-Bresson che ha senza dubbio influenzato la mia generazione, ma subito dopo Klein che con New York ha aperto nuove visioni, Man Ray, Moholy-Nagy e tutti quelli che hanno fatto della ricerca il perno del loro operare. Stimo quelli che hanno il coraggio di portare avanti progetti a volte anche al di là del plauso e del successo, quelli che hanno lavori originali e non ricalcano con piccole varianti ricerche di altri, né coloro che trovato uno stilema lo ripeto all’infinito.

Un ritratto di Marco Antonetto, gallerista

Un ritratto di Marco Antonetto, gallerista

Come è stato lavorare con Nino Migliori?

Marco Antonetto Conosco Nino, come artista, da quando ho cominciato ad occuparmi di fotografia, quindi da una vita, mentre l’ho conosciuto di persona alcuni anni fa attraverso comuni amici come Denis Curti e Roberto Koch.  Peccato aver perso tanti anni del suo buonumore, della sua visione positiva del mondo e del suo entusiasmo vitale e contagioso. Lavorare con lui e con Marina è un’esperienza importante, tutto viene risolto velocemente, eventuali ostacoli vengono appianati prima di nascere e le cose procedono con rigore e precisione. Se un giorno dovessi -e forse lo farò – scrivere la mia storia di collezionista e di gallerista, potrei fare una classifica virtuale degli artisti con cui ho intrattenuto rapporti di lavoro e di amicizia: al momento Nino sarebbe al primo posto della mia graduatoria.

Come è avvenuta la selezione delle opere?

Marco Antonetto L’esposizione che teniamo in Galleria racchiude quattro momenti della vita artistica di Nino: gli anni 50, due lavori specifici che io amo molto e precisamente “i muri” e “Louisiana” ed infine l’ultimo suo lavoro “Cuprum” terminato una settimana fa e stampato l’altro ieri, bellissimo.

Libera scelta in libero stato, Nino ci ha lasciato completa carta bianca ed Irene ed io abbiamo voluto, specialmente per il primo periodo, immagini che fossero caratterizzate dalla personalità di Nino ma anche vendibili, ossia immagini che entrino con energia e vitalità nelle collezioni e che possano essere appese con piacere.

Nel corso della sua carriera da gallerista, come è mutato il gusto del cliente in fatto di fotografia?

Marco Antonetto Premetto che la mia carriera di gallerista è corta, solo un lustro; mi sembra che comunque si stia formandosi un gusto verso la fotografia come opera d’arte;  qui si arriva ad un bivio che separa il collezionismo dell’immagine storica, classica o d’autore con il collezionismo (detto come eufemismo) di opere, anche importanti, usate come forma di arredamento.  Stanno aumentando, ancora lentamente, e sono in numero sempre maggiore sia i primi che i secondi acquirenti, e quest’ultimi in particolare si muovono a seconda delle tendenze che vedono su giornali o sulle pareti dei conoscenti. E’ ancora, secondo me, un poco lontana una conoscenza di base del medium che permetta ai collezionisti o fruitori di scegliere le opere con un criterio artistico nel bene e nel male.

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