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Intervista – Crepuscolo, trasfigurazione e rinascita nelle opere di Arrivabene

maggio 23, 2014 Mariapia Bruno

Da oggi fino al prossimo 26 luglio la Galleria Giovanni Bonelli di Milano ospita la mostra Agostino Arrivabene. Vesperbild. Protagonista l’artista contemporaneo Agostino Arrivabene che, formatosi a Brera, ma ispirato dai dipinti dei grandi maestri del passato, come Leonardo, Durer, Van Eych, i primitivi fiamminghi e Rembrandt, risponde alle domande di Tempi raccontandoci esaustivamente il suo excursus pittorico.

I temi caldi delle sue opere, quello della trasfigurazione, del crepuscolo e della rinascita, hanno una matrice classica e mitologica. In che modo avviene la loro rilettura contemporanea?

Prima di realizzare questo corpus di dipinti, ho scandagliato per molti anni – forse dal 2008 ad oggi – il mistero dei riti d’Eleusi, per me un’ossessione: ho terrorizzato chi ha seguito il mio percorso con immagini d’inferni oscuri, di mostruosità fameliche o di aggraziate beltà che erano in realtà crudeli assassini, forse per raccontare come tale crudeltà sorgesse dalle mie notti. Come sorgeva dal mio cuore la paura di morire, paura che ognuno di noi lo allontana. Ho riflettuto a lungo sull’inerzia di un corpo che dorme: il sonno è uno stato di anticipazione della morte, un’educazione quotidiana alla morte di cui non prendiamo atto. Ma ogni notte il nostro corpo si arresta per scendere in un buio senza risposte, pensiamo siano i sogni, le visioni o le apparizioni, ma forse nel sogno noi cerchiamo di guarirci dal male di vivere.

Per caso, mi sono poi imbattuto in un testo latino, I discorsi sacri di Elio Aristide, votato ai rituali dell’asclepeion a Pergamo in Asia minore. Mi colpì, tra questi racconti onirici, un sogno in particolare in cui Aristide vagava oltre un fiume, guadandolo. Nacque il primo lavoro su tavola antica a punta d’argento e di piombo: volevo ricercare una vaghezza del segno che fosse come un’atmosfera rarefatta, pari ai disegni nebulosi di Pisanello. Mi ricordai di aver visto un solo paesaggio che mi poteva ricordare la vastità di un fiume come quello di Aristide, e fu così che mi focalizzai su un lacerto di un dipinto di Ercole de Roberti, della pala della Madonna in Porto (Pinacoteca di Brera, Milano). In questo dipinto rinascimentale, dietro un piedistallo sorretto da colonnine in porfido, bronzo e portoro, si intravede come in un cannocchiale una veduta fra le più romantiche di tutta la storia dell’arte.

Ora quest’ultima mostra alla Galleria Giovanni Bonelli è un percorso un po’ scaleno tra visioni oniriche, deformazioni anatomiche e mutazioni carnee: volevo trasformare il dolore della malattia di un ipocondriaco in un fiume mutante e immaginario che permea ogni soggetto e che trans-muta il corpo lacerato in nuovo, anche se passando per la connotazione della mostruosità. Come nel dipinto Immagine del vespro, in cui un ragazzo si conficca tra una pozza d’acqua e la terra per nutrire radici tentacolari e gemme che crescono per mitosi sulla pelle, così Asclepio insegnava a mutarsi, a trasfigurarsi e guarirsi attraverso l’ispirazione onirica, a rinnovarsi nel sonno e a risvegliarsi. C’importante capire che la vita ci dona il male di vivere per rinnovarci, per avere un’occasione a incontrare il vero significato del proprio destino.

Quanto è presente l’idea del divino nelle composizioni? In quali in particolare? 

Dopo i miei viaggi nel Dodecaneso, tra Patmos e Tilos, ho riscoperto le icone di tradizione bizantina, vivide immagini di devozione. L’elemento che le contraddistingueva sempre era il metallo aureo, declinato in diverse nature, dalla foglia più sottile al cesello più raffinato alla lamina che rivestiva intere immagini con nuove vesti. Era l’oro l’elemento che contraddistingueva il segno del sacro, il lucore necessario a portare lo sguardo verso rifrazioni mistiche dove tutto fluttua e si infuoca. L’oro contraddistingue la presenza dello spirito di Dio, o del suo ruah, il suo respiro. In mostra vi è il dipinto La pietra del filosofo in cui un fanciullo – l’anima giovane che cerca con purezza- tiene tra le mani la sua scoperta, la sua illuminazione. Dei dardi di luce scaturiscono e invadono la sua testa, il suo volto a malapena si intravede baluginare. L’intuizione di Dio è la sapienza che permea l’uomo, lo rende nuovo e lo trasmuta in oro da pietra vile.

Alcune opere rimandano alle iconografie floreali di Bruegel. Come mai questa influenza fiamminga?

Nel percorso della mostra sono nati due dipinti costruiti partendo da due opere di Arthur Chaplin, corpi mutanti di uomini-fiore. Ho costruito abiti o involucri vuoti, costruiti con fiori e arborescenze di diverse essenze, reali e immaginarie. Volevo creare dei veri e propri relitti svuotati per esprimere il pericolo in cui l’essere umano può incorrere se non cerca se stesso. Il dipinto Il relitto – (il mio segreto e’ celato sotto soffice muschio) esprime il vuoto che ci portiamo dentro. Il vuoto può identificarsi sotto forma di molteplici sfaccettature, ma sempre il vuoto è  buio, arresto alla vita, inerzia al procedere verso un cammino che amplia il nostro sguardo. Ed infatti questa mostruosa figura vuota è buia al suo interno, in contrapposizione ad un “fuori” che è un pullulare di beltà appariscente.

Come viene suggellata l’unione tra pittura, scultura e oreficeria?

Ho concluso il progetto dell’esposizione con l’icona mitologica dei gemelli Dioscuri, Castore e Polluce. Questo progetto installativi – omaggio ad Ernst Haeckel – si è concretizzato in un vero e proprio capriccio, o oggetto in miniatura da gabinetto delle meraviglie. Con l’aiuto dell’orafo Mirco Baroso ho costruito due gemelli da polso, due vanitas, due teschi gemelli adagiati su regali cuscini costruiti interamente in alluminio e cesellato con disegni geometrici di micro plancton oceanico. Le coroncine poste sui due teschi intagliati in avorio fossile di mammuth sono in oro e fuse con la forma di due radiolari, ma reinterpretati, rendendoli esattamente della foggia delle corone dei due Dioscuri del dipinto in mostra. Altro elemento dell’installazione è la vanitas bivalve costruita assemblando due antiche tavole come fossero due pagine di un libro semi aperto. L’immagine che ho costruito è quella di una vanitas ma con le connotazioni della mostruosità perché i due teschi sono quelli di due gemelli siamesi uniti per le orbite. Il titolo è In-finitum: l’infinito nella finitezza, e le due orbite che intersecandosi alludono al simbolismo dell‘infinito.

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