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Inni del Majdan

aprile 14, 2014 Angelo Bonaguro

poesiaucrainaFra le espressioni creative che hanno accompagnato gli avvenimenti di piazza Majdan a Kyïv ce n’è una che ricorda molto l’agosto cecoslovacco del 1968: la poesia. Ma se nel ’68 erano soprattutto i muri a fare da «pagina bianca» per coloro che, pur nell’impotenza, non accettavano l’invasione sovietica, oggi i testi sono diffusi sui social network, alcuni sono stati raccolti in pubblicazioni, altri musicati e assurti a «inni del Majdan», come quello composto da Rostislav Chitrjak «Artisto», autore di «Revolution Ukraine». Infine ci sono i versi dei poeti «professionisti» del mondo slavo, maggiormente coinvolti a livello emotivo, come il poeta russo Evgenij Evtušenko: «Non si può guardare quello che sta accadendo in Ucraina senza le lacrime agli occhi – ha dichiarato l’ottantenne poeta mentre si trovava in convalescenza negli USA: – persone che parlano un’unica lingua, ecco che pèrdono la comune lingua dell’anima e quasi si considerano nemici». Così ha composto la poesia Governanti, siate uomini!:

«Madre dei miei avi, o Ucraina! O Rus’ che fosti battezzata nel Dnepr, forse finirai in rovina? Temo per te e prego… Quale odio, quale collera, sia da una parte che dall’altra! …Governanti, siate uomini! Riconciliatevi fra voi e non fatevi prendere dalla vendetta».

Anastasija Dmitruk.

Anastasija Dmitruk.

Se Evtušenko parla da poeta russo-sovietico che ha condiviso una storia comune con l’Ucraina, di tutt’altro tono il testo scritto a fine marzo dalla giovane poetessa kieviana Anastasija Dmitruk, Non saremo mai fratelli, e musicato da artisti lituani; la poesia, da cui emergono amarezza e risentimento, dà l’idea della profonda frattura venutasi a creare specialmente nella giovane generazione. Il testo, ha spiegato l’autrice, tratta «dell’amore fraterno che nessuno ha mai visto ma di cui tutti parlano… Non è forse assurdo che qualcuno faccia irruzione in casa nostra con il mitra spianato e gridi a squarciagola “Fratelli, arrendetevi!”?».

«Non saremo mai fratelli, né per patria, né per madre. Da voi non esiste lo spirito di libertà …Voi siete enormi, ma noi siamo eccelsi. Voi dite: “il silenzio è d’oro”, e da noi s’incendiano le molotov. …Siamo diventati grandi e arditi sotto il tiro dei cecchini. Da voi consegnano nuove istruzioni, da noi divampano i fuochi della rivolta. Da voi c’è lo zar, da noi la democrazia. Non saremo mai fratelli».

Un’altra poesia della Dmitruk divenuta popolare nella rete si intitola Restituiteci il cielo:

«Restituiteci il cielo, restituiteci la nostra pace! Perché, vicini, siete venuti da noi? Perché avete portato con voi la guerra? …Non ci arrenderemo senza lottare, tutte le chiese suonino a martello. Abbiamo visto la morte, ragazzi, l’abbiamo guardata in faccia. Non serve la guerra, non occorre, perché poi non si torna più indietro».

La lunga poesia Ciao, ragazzino dallo scudo grigio, scritta a febbraio dalla sceneggiatrice Tat’jana Malachova, è dedicata ai Berkut, le truppe speciali antisommossa, ed è diventata uno degli inni della rivolta:

«Ciao, ragazzino dallo scudo grigio che esegui l’ordine scellerato! Verrà il tempo in cui rimpiangerai di averci sparato. Chi stai difendendo, figliolo? Forse chi ti ha dato l’osso da rosicchiare? …E ti vergognerai fino alla vecchiaia di questa paroletta, “Berkut”. …Ma io so che non sei così: hai un padre, una madre, un fratello. Cosa sei diventato? Tornatene a casa, c’è ancora la via del ritorno».

La cantante Sofija Fedina, una dei leader del Majdan a Leopoli, ha dato voce alle parole della poetessa Lidija Jar autrice di Sono vivo, mamma, vivo:

«Sono vivo, mamma, sono vivo, nonostante ci sparino addosso in modo infame …È la mia natura impulsiva, ma tu non piangere. Che siano i nostri nemici a piangere amaramente per la loro debolezza! Ma io sono vivo, mamma, sono vivo, perché la verità sta dalla nostra parte …Tu prega, e io, mamma, continuerò a combattere».

O mia patria tormentata, composto da una certa «ElenaJug», è solo uno della miriade di testi ospitati sul Portale ucraino di poesia: «Il mio paese umiliato non dorme da settimane. Infilzato come un montone, mormora dalla tana. È stanco e più non s’alza il suo canto, il suo respiro è corto per spiccare il volo …La mia patria smarrita non sa più chi sia».

Dmitrij Strotsev

Dmitrij Strotsev

Un altro personaggio interessante è il poeta bielorusso Dmitrij Strotsev, che già un anno fa aveva dichiarato in un’intervista che essere poeta non significa solo creare belle espressioni, ma saper usare una lingua «schietta, traboccante ed essenziale»; quando sale sulle barricate, il poeta deve agire «come un unguento, non come una mannaia». Le poesie postate da Strotsev sulla sua pagina, pur condividendo l’amarezza e il dolore di altri autori, cercano un giudizio mediato dalla fede:

«Sangue sul Majdan, violenza a Kyïv. In Ucraina, assecondando il diavolo, il nemico trionfa e si inebria del caos. Ma nell’entusiasmo dimentica che Tu sei in mezzo a noi, Signore, e noi con Te siamo vivi e invincibili».

«Signore, agisci Tu! Difendi e custodisci i tuoi figli in Ucraina. Ferma e smaschera il predatore. Ispiraci, affinché testimoniamo la tua verità di fronte al male. Amen».

«Grida il rappresentante della Chiesa ucraina, perché è circondato dal gregge indifeso. Tace il patriarca della Chiesa russa, perché è protetto dall’esercito russo. E se io parlo, da semplice cristiano, è per la vergogna che provo».

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