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Quell’indirizzo di Napoli che ho immaginato per tutta la vita

luglio 20, 2015 Marina Corradi

cancello-ferro-battutoArticolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Napoli, luglio. Via Aniello Falcone, 36. Per quanti anni ho sentito nominare questo indirizzo di Napoli. Sta scritto, ancora, su decine, forse un centinaio di buste ingiallite: spedite durante la guerra da mio padre, alpino sul fronte russo, alla sua fidanzata, mia madre, che in quegli anni viveva con la famiglia laggiù. Quasi una lettera al giorno, vergata a mano su una carta ruvida, con una calligrafia aspra e verticale. Lettere datate con nomi di lontani paesi, persi nella steppa. Lettere di amore e di nostalgia, e di voglia di tornare.

Miracolosamente, almeno ai miei occhi, in guerra le Poste funzionavano. Ogni mattina il postino depositava una nuova lettera nella casella di via Aniello Falcone, 36. Mia madre aveva poco più di vent’anni ed era infermiera volontaria nella Croce Rossa. Nelle foto, nella divisa candida, è altera e quasi angelica, alle sue spalle il gran mare di Napoli.

Questa via Aniello Falcone quindi era un luogo che io per tutta la vita mi sono immaginata. L’altro giorno, di passaggio a Napoli, senza averlo preventivato sono salita su un taxi e ho detto: via Aniello Falcone 36, per favore.

Dal Duomo il taxi ha preso a salire lungo il mare, verso il Vomero, un quartiere in collina affacciato sul golfo. Palazzi d’epoca, giardini, palme e bouganville viola esuberanti, sgargianti, sporte verso il mare come belle donne affacciate a un balcone. A tratti, alle curve, ti si spalanca davanti la striscia blu profondo del mare; e toglie il fiato la mole azzurrina di Capri, e la retta sterminata dell’orizzonte.

Ma avvicinandomi a via Aniello Falcone avvertivo come una leggera accelerazione del cuore, come di chi va a un appuntamento importante. Mi guardavo intorno e mi dicevo: così, questa era la strada che facevi, ogni mattina. E mi immaginavo mia madre, per strada, sottile, i suoi passi veloci, ancora non toccato dagli anni il suo bel viso. Ho intravisto una chiesa: forse, mi sono detta, era quella in cui certi giorni entravi, e accendevi una candela.

«È qui», ha detto infine il tassista, fermandosi davanti a una villetta d’epoca, rosa, di due piani, non grande, con un piccolo giardino. Allora sono scesa e mi sono avvicinata e ho allungato una mano a toccare le sbarre del cancello di ferro nero, vecchio, che quasi certamente è lo stesso di allora. Ho alzato gli occhi ai balconi e ho pensato: da qui dunque, la mattina, ti affacciavi. Non ho visto alcuna cassetta delle lettere, e mi è dispiaciuto. Poi ho accarezzato ancora brevemente con gli occhi la casa, e me ne sono andata.

Per tutta la mattina mi sono sentita come accompagnata. Nei miei pensieri mia madre si confondeva con mia figlia, che le somiglia un po’, e come lei in quelle foto degli anni della guerra è delicata e leggera. Settantacinque anni fa, mia madre, una fanciulla come Caterina.

Più invecchio, pensavo andando verso l’aeroporto di Capodichino, e più mi accorgo di che mistero profondo, assoluto è il tempo: come una fossa abissale nell’oceano. Ma, ancora, nell’oro del sole di Napoli quell’eco che mi accompagnava: come di passi lievi, e di capelli lunghi, sciolti, al vento.


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