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In astinenza da risposte adeguate a grandi domande. Come Philip Seymour Hoffman. Come me e te

febbraio 3, 2014 Eva Anelli

«Che dolore per una fine che lascia senza parole. E che conferma l’insondabile mistero che è il cuore dell’uomo, cui non bastano certo successi e fama per sedare la propria inquietudine». Eh già. Ha ragione il mio amico Beppe Musicco, riferendosi alla morte avvenuta domenica 2 febbraio di Philip Seymour Hoffman, ritrovato, all’età 46 anni, senza vita nel suo appartamento di Manhattan con un ago nel braccio. Non bastano successi e fama (anche se per lui, che non mi sembra sia mai andato particolarmente alla ricerca di sbrilluccichii, parlerei più di “non basta un talento gigantesco”), e non basta nemmeno il contrario: la “tranquilla” vita della mamma casalinga.

Lui, a quanto pare – purtroppo, lo dico con amarezza e dispiacere infinito per lui e per la compagna e i tre figli che lascia -, si drogava “per sul serio”; ma alla fine, ci droghiamo tutti. Anch’io. Pur di non fare i conti con una “Cosa” che dà tutto e chiede tutto: e chi ha tempo, ma soprattutto voglia, per una cosa del genere? Ma poi, serve davvero? Non siamo tutti adulti e vaccinati? Non sappiamo già, noi, come va il mondo?

Non abbiamo già abbastanza da fare? Chi con tre figli e uno in arrivo; chi con un’appagante carriera che lascia comunque il tempo di dialogare col mondo attraverso social vari; chi (eccomi) vorrebbe fare l’una e l’altra cosa (no, non l’appagante carriera, quella ormai; ma stare sui social per “non perdersi” qualcosa e l’avere “tutti quei figli” insieme).

Chi legge Open di Andre Agassi (un pover’uomo – o fortunato? – suggestionato da una moglie che se l’è divorato più di un anno prima illuminandosi che manco Mosè giù dal Sinai) e quando finisce si chiede smarrito «E ora?»; poi la mancanza di una risposta alla Domanda che non lo faccia sentire un drogato in astinenza gli frulla in testa per un po’ fin quando non risente un vecchio, grande amico e ricominciano insieme a fare un percorso di fede.

Chi guarda ai propri figli come al Tutto, drogandosene, e drogandoli: la madre della presenza dei figli e viceversa. Per rimanere poi vittima di quest’umano misunderstanding (fatto, per carità, con tutte le buone intenzioni, e quindi non deprecabile di per sé) che lede la possibilità di reale pienezza di entrambe le parti.

Chi, invece (a rieccome), non vuol “perdersi niente” del mondo “nonostante tutti quei figli”, ma, saltellando da un social all’altro, sbirciando nei party altrui e leggendo le recensioni di film e libri di cui non riesce ormai nemmeno più ad avere tempo e/o forza di memorizzare il titolo, finisce solo col rendersi conto che di un certo mondo non fa più parte attiva (banalmente il mondo di chi si mischia ad altri adulti per lavorare e non ha, invece, come principali interlocutori per l’80% della giornata una seienne, un cinquenne e un dueenne – che non è neanche granché come interlocutore perché dice solo sette parole). E finisce altresì ad avere parecchia, schietta, acuta nostalgia di quel mondo; e le pare di non far nulla, non produrre nulla, non servire a nulla; finché una delle cose più commoventi e stimolanti che le capiti, succede proprio tra quelle quattro noiose mura, con quel marito che finito di leggere Open

E poi ci sono i bambini, i più drogati di tutti. Ma per loro è diverso: la loro droga è esser curiosi di come funzionano le cose (da ben prima dell’esasperante fase dei «perché?»); di come funzionano loro stessi («Ti voglio così bene mamma che mi sembra di avere due cuori, uno sotto l’ascella»); di quali possano essere i confini della fantasia («Sai che il mio amico XY era a fare una gita a Niù Iocc, è salito in cima alla Statua della Libertà e lì è stato inseguito da un ladro che però è caduto giù nel mare e cadendo ha strappato la gonna della sua mamma?!»); di come son fatti cielo e terra («Deve fare caldo a vivere sul Sole…»); della loro storia («Mi racconti ancora di quando sono nata?») e della storia del mondo («Ma Gesù aveva i nonni?»).

Philip Seymour Hoffman, RIP, era lui e come lui non ce ne sarà nessuno mai più; eppure siamo tutti un po’ PSH.

PS: se non avete mai visto un film con PSH (a parte il fatto che vi do il benvenuto su questo pianeta, si chiama Terra, o voi oriundi di Marte), fatevi un favore e fatelo subito, riempiendovi gli occhi e il cuore di una cosa che è sempre segno – anche quello lasciato alla libertà di colui al quale viene donato – di Dio, e in questo caso per davvero: il talento. C’è a chi “tocca” esercitarlo, e a chi, come me, il gradito compito di abbeverarsene.

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1 Commenti

  1. giovanna says:

    certo che lassù su facebook c’è più d’uno che mangia pesante ! e poi dicono che sono acide le donne ! brrrrr
    ( Andrea Valle, caro signore mio, non ho capito un acca di quello che hai scritto, e non è una battuta; Aurelio Gazzoli , complimenti per la profondità di pensiero… problemi con le casalinghe ? 🙂 )

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