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Imparare da Muhammad Alì l’obiezione di coscienza

giugno 6, 2016 Rodolfo Casadei

Il valore di un uomo si misura dalla sua disponibilità a pagare caro per ciò in cui crede, a sacrificare la rispettabilità sociale per rendere testimonianza a qualcosa di più grande, che è ciò che lo definisce più profondamente e che gli conferisce identità. Il giorno della sua vita in cui Muhammad Alì, nato Cassius Clay, ha maggiormente dimostrato il suo valore non è stato quello della prima conquista del titolo mondiale dei pesi massimi nel 1964, e nemmeno quello della riconquista del titolo contro George Foreman a Kinshasa nel 1974. No, quel giorno è stato il 28 aprile 1967, quando dichiarò pubblicamente la sua indisponibilità a rispondere alla chiamata alle armi per svolgere il servizio militare in Vietnam, dove da tempo era in atto l’escalation dell’impegno Usa a fianco del governo di Saigon.

Quel giorno il boxeur di Louisville mise sulla bilancia della coscienza da una parte le prospettive di una carriera pugilistica di successo, di una vita senza problemi economici, anzi benedetta dalla prosperità materiale e dagli onori, e dall’altra la vocazione umana a fare la scelta giusta fra il giusto e lo sbagliato, il bene e il male, quel che è buono e quel che è cattivo. Scelse di fare la scelta giusta, o comunque la scelta che la coscienza gli dettava, e la giustificò pronunciando parole dalle quali non si poteva tornare indietro.

Parole con le quali non è necessario essere completamente d’accordo, ma che contengono un nucleo col quale non si può non essere d’accordo:

«No, non andrò a diecimila miglia da casa per aiutare a bruciare e assassinare un’altra nazione povera solo per conservare la dominazione dei padroni bianchi sui popoli di pelle scura in tutto il mondo. (…) Mi hanno avvertito che prendere questa posizione metterà a rischio il mio prestigio e potrebbe farmi perdere milioni di dollari che guadagnerei come campione di boxe. Ma non disonorerò la mia religione, la mia gente e me stesso per diventare uno strumento per la riduzione in schiavitù di coloro che stanno combattendo per la giustizia, la libertà e l’uguaglianza per sé».

Muhammad Alì caricava la sua obiezione di coscienza di connotati politici radicali e alludeva all’islam, la religione di cui si dichiarava un convertito, ma la sua opzione fa venire piuttosto in mente una famosa citazione evangelica: «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc, 8,36). Alì pagò quel gesto con una squalifica che lo tenne lontano dai ring per quattro anni, gli fece perdere il titolo e i milioni di dollari che avrebbe potuto guadagnare nei migliori anni della sua carriera (aveva in quel momento 25 anni). Evitò il carcere, ma quando fece la sua dichiarazione non poteva esserne certo. Avrebbe potuto scendere a patti con la sua coscienza, avrebbe potuto contare sul fatto che la fama gli avrebbe garantito un trattamento di favore una volta giunto nel Sud-Est asiatico. Nessuna star dello sport americana è morta nella guerra del Vietnam, tranne il promettente giocatore di football americano Bob Kalsu, guardia dei Buffalo Bills, che volle rispondere alla chiamata alle armi pur potendola evitare.

Negli anni Cinquanta Elvis Presley sfruttò la leva obbligatoria, che avrebbe potuto evitare facendosi assegnare ai servizi speciali, per rifarsi l’immagine: leader religiosi e associazioni di genitori lo vedevano come fumo negli occhi, per la sua musica e soprattutto per i suoi ancheggiamenti peccaminosi; con il servizio militare, reso nei primi anni della Guerra fredda, conquistò l’unanime accettazione da parte di tutti gli strati sociali e generazionali. Muhammad Alì avrebbe potuto fare la stessa cosa, e invece scelse la strada che polarizzava ancora di più la società americana e approfondiva la controversia intorno alla sua figura pubblica. Perché c’era qualcosa di più importante della tranquillità e della pace borghese da preservare. C’era il dovere verso Dio, verso il popolo e verso se stesso: questi vengono prima di tutto il resto perché sono fondanti della persona. Se si mettono in secondo piano, la persona viene ridotta al ruolo sociale, economico, ecc. che il potere gli ha assegnato: cessa di essere persona, diventa strumento, soggetto alienato.

La condizione per non perdere la propria anima è dire di “no” quando la propria coscienza impone di dirlo e accettare di pagare il prezzo della lealtà verso la verità e verso se stessi. La società dovrebbe riconoscere questa possibilità di libertà dell’essere umano anche come diritto legale. Papa Francesco a più riprese ha difeso il diritto all’obiezione di coscienza per i medici nei confronti dell’aborto e dell’eutanasia legali e per i pubblici ufficiali nei riguardi dei matrimoni fra persone dello stesso sesso. Nell’intervista dell’aprile scorso a La Croix ha definito il rifiuto a compiere questi atti resi legali da leggi introdotte in molti paesi del mondo negli ultimi decenni come un «diritto umano» e «critiche che lo Stato deve accettare». Probabilmente queste dichiarazioni serviranno solo a consolidare lo status di Bergoglio come il papa più elogiato a parole e meno seguito nei fatti dai cattolici negli ultimi cento anni. Che si tratti della difesa del creato o dell’accoglienza dei migranti, della misericordia verso i peccatori o dell’impegno per la giustizia sociale, le provocazioni profetiche del pontefice, che a volte sembrano spingersi fino ai confini della disobbedienza civile, suscitano professioni di consenso costanti e a volte entusiastiche. Ma generalmente ad esse seguono solo azioni misurate e circoscritte, sempre molto attente a non correre il rischio dell’accusa di violare la legalità formale. Difficilmente l’appello riguardante il diritto alla pubblica critica e all’obiezione di coscienza sui temi della vita e della famiglia avrà un destino differente. Eppure la congiuntura storica, anzi epocale, richiederebbe da parte dei cattolici e di tutti gli uomini di buona volontà che ascoltano la voce della coscienza un protagonismo politico e civile che nella disobbedienza civile e nella rivendicazione dell’obiezione di coscienza individui due strumenti strategici della nuova presenza pubblica dei credenti. In un contesto generale in cui la democrazia viene sempre più svuotata di contenuto, la propaganda del pensiero unico diventa sempre più pervasiva e le pressioni per confinare la fede alla sfera privata sempre più insistenti, obiezione di coscienza e disobbedienza civile rappresenterebbero un grande servizio reso alla società, alla Chiesa e soprattutto all’educazione delle giovani generazioni. Perché, come si sa, il buon esempio è sempre la pedagogia più convincente. E in una società dove le possibilità di offrire un’educazione scolastica libera dal conformismo culturale vigente saranno sempre più ridotte – presto anche le scuole cattoliche saranno obbligate a insegnare contenuti contrari alla fede cristiana e alla legge naturale – mentre l’educazione familiare si trova a fare i conti con la gigantesca pressione della società consumista, solo l’esempio di uomini e donne capaci di sacrificio e di andare contro l’opinione (manipolata) della maggioranza potrà attirare l’attenzione dei più giovani. Attenzione non significa necessariamente attrazione o ammirazione, potrebbe anche accompagnarsi ad ostilità. L’importante è vincere l’indifferenza,  l’ostilità implica comunque il confronto, e tutti abbiamo fatto l’esperienza di un conoscente o un amico che si scontrava animosamente con noi, e che alla fine è venuto sulle nostre posizioni quando le ha riconosciute vere. Senza un po’ di virilità da parte nostra non sarebbe accaduto.

Questo rimanda a un altro motivo per il quale la disobbedienza civile e campagne per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza sono importanti: c’è il rischio che il sentimento della misericordia sia inteso solo nel suo versante femminile, quello dell’accoglienza e dell’accettazione dell’altro col suo limite, e non anche in quello maschile, che consiste nel richiamo a compiere il dovere e a impegnarsi attivamente a realizzare il bene in precedenza fallito (“Va’ e non peccare più”, come dice Cristo all’adultera perdonata). L’essere umano ha bisogno di amore in due forme fra loro complementari: l’accudimento e l’accettazione da una parte, il richiamo al principio di realtà e alla legge dall’altra, cioè il materno e il paterno come Sigmund Freud li ha evidenziati. La disobbedienza e l’obiezione di coscienza rimandano alla dimensione maschile della testimonianza, quella oggi più indebolita dalla maternizzazione della società. Non è un caso che tutti coloro che promettono agli esseri umani l’esaudimento dei loro capricci, l’accettazione di tutte le loro debolezze e un sentimentale abbraccio che esige la sottomissione a una (simbolica) madre soffocante, non è un caso che tutti costoro siano contrari alla disobbedienza civile e all’obiezione di coscienza, e più in generale siano contrari a gesti di responsabilità pubblica come i Family Day.

Infine, lottare per arrivare al riconoscimento dell’obiezione di coscienza di fronte alle leggi ingiuste e immorali che il potere si prepara a sfornare per infantilizzare gli esseri umani è importantissimo per evitare che i contenuti dell’obiezione vengano nel tempo declassati a disvalori. Mi spiego: le ricorrenti proteste contro l’obiezione di coscienza dei medici che non intendono praticare interruzioni di gravidanza prende come pretesto eventuali “disservizi” dovuti al gran numero di obiettori. Ma è un pretesto: si vuole mettere all’angolo l’obiezione per fare passare l’idea che atto morale è praticare un aborto alla donna che lo richiede, mentre negarglielo è un atto immorale, perché rappresenta il rifiuto di rispondere al bisogno di una persona. Negare il diritto all’obiezione di coscienza al medico che rifiuterà di praticare un’eutanasia, al sindaco che rifiuterà di celebrare un matrimonio omosessuale o alla famiglia che chiederà l’esenzione per il figlio dalle lezioni di educazione gender nelle scuole è funzionale a negare legittimità politica e morale alla posizione di chi è contrario all’eutanasia, al matrimonio omosessuale, alla gendercrazia. Si vuole imporre gradualmente l’idea che queste cose sono buone, che tutti devono accettarle come buone e che chi non le accetta è un incivile. Come ha scritto l’Arcigay di Torino per stigmatizzare il comportamento di un impiegato che non avrebbe riconosciuto il diritto di una coppia di lesbiche a essere iscritte come famiglia nella graduatoria per le case popolari, chi vorrebbe fare obiezione di coscienza in questi casi «ha la coscienza sporca». Nessuno deve permettersi di denigrare così chi dissente dal pensiero dominante. Ma se non ci si muove ora, presto potrebbe essere troppo tardi.

Foto Ansa


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3 Commenti

  1. Nino scrive:

    “Alì pagò quel gesto con una squalifica che lo tenne lontano dai ring per quattro anni, gli fece perdere il titolo e i milioni di dollari che avrebbe potuto guadagnare nei migliori anni della sua carriera (aveva in quel momento 25 anni). Evitò il carcere, ma quando fece la sua dichiarazione non poteva esserne certo”

    Appunto, e nessuno gridò allo scandalo ne’ lui stesso se ne lamentò. Fece una scelta consapevole di doverne pagare le conseguenze

    • Cisco scrive:

      @Nino

      E tu di tutto ciò godi come un sarchiapone o ti rendi conto che sarebbe più democratica e liberale una società in cui nessuno debba finire in galera o pagare duramente il proprio dissenso a fare qualcosa contro la propria volontà e senza danneggiare alcuno?

    • Ferruccio scrive:

      Nino ci sei o ci fai?

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