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Il volo dell’aquila, la regina del cielo

febbraio 15, 2016 Marina Corradi

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Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano, febbraio. La piccola GoPro deve essere attaccata all’ala sinistra, perché si vede in primo piano il profilo del muso, il becco adunco, e gli occhi spalancati da predatore. Nel video che stamattina ho trovato per caso sul web il volo di un’aquila è ripreso non da terra, ma in soggettiva: la videocamera mostra esattamente ciò che vede un’aquila, quando si leva in volo.

L’aquila si getta dall’alto di un dirupo, e sotto di lei è subito vertigine: voragine, bocca del nulla spalancata, rocce e gole e abissi come noi uomini non li abbiamo mai visti, né da un aereo né da un elicottero. Perché nel volo dell’aquila quegli abissi sono volutamente sfiorati, lambiti, in una carezza radente come una sfida. Un’aquila in cielo non ha paura di niente, un’aquila in cielo è regina.

Ed è evidente che si diverte, a giocare con gli strapiombi, come un bambino con le onde, a riva, con la stessa fiducia. È amico suo il vuoto, le è amico il nulla, in cui si lascia cadere con voluttà, ma sempre pronta, con un solo battito delle ali possenti, a riprendere il controllo. Ora si inclina come un aereo che vira, e il mondo è capovolto: in alto le rocce, e in basso il blu infinito del cielo. E tu stai a guardare senza fiato il cielo e la terra che si abbracciano in quel vortice spavaldo e giocoso.

Che cos’è mai un abisso?, sembra dire l’aquila. Un’aquila non può cadere. Provoca, invece, beffa le pareti terribili, verticali, dove gli uomini solo con estrema fatica e pericolo potrebbero issarsi. Mira alle vette, apparentemente indifferente, con le sue pupille sbarrate, muove lievemente il capo come chi si guarda intorno sopra al suo feudo, sopra al suo regno. Sotto, nell’aria tersa e nel silenzio puro, le cime innevate si ergono con il manto vergine, senza traccia di uomo.

Forse soltanto, visibili all’acuto sguardo del predatore, sui pendii l’aquila scorge le lievi impronte di un branco di camosci? Sfiora le rocce in un volo folle, acrobata e regina, senza alcuno sforzo. Sotto di lei uno stormo di corvi si leva basso, sembra di sentirne la risata che gracchia sguaiata sulle vette. Ma l’aquila sdegnosa sale più alta e va oltre, non si confonde con quella plebaglia schiamazzante. Si tuffa ancora tra le gole, vira, ampiamente, e l’azzurro le si allarga di sotto.

Sovrana, l’aquila prosegue la sua vertiginosa rotta. Mi viene in mente il Libro di Giobbe: «O al tuo comando l’aquila s’innalza/ e pone il suo nido sulle alture?/ Abita le rocce e passa la notte/ sui denti di rupe o sui picchi./ Di lassù spia la preda,/ lontano scrutano i suoi occhi».

Il Dio di Giobbe sembra parlare della mia aquila. Quelle parole antiche ancora inducono a una gratitudine silenziosa e devota. Che in fondo, migliaia di anni dopo, somiglia alla mia, quando zitta davanti a un pc mi commuovo per un’aquila, pazza di cielo.


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