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Il supermercato della fecondazione non può venderci quello che stiamo cercando

aprile 21, 2014 Annalisa Teggi

«Esce di mano a colui che la vagheggia/ prima che sia» (Purgatorio, canto XVI)

Di sfuggita, entrando al supermercato, ho sentito la voce di una donna che parlava alla radio, tenuta in sottofondo nel negozio. Era commossa e diceva: «Perché chi, come noi, ha provato tante e tante volte e non c’è riuscito, si rende conto di che cosa grande siano i figli, più di chi riesce ad averli facilmente». Ho intuito che il tema fosse il dibattito che si è acceso dopo che una sentenza della Corte costituzionale ha di fatto aperto la strada alla fecondazione eterologa.

E io ero lì, con la mia lista della spesa su cui avevo appuntato ciò che mancava a casa: il dentifricio (quello sbiancante e proteggi gengive), lo shampoo (quello per capelli lisci e secchi) e altro. L’uomo è creativo: è capace di usare la sua energia intellettiva per intervenire sulla realtà e rispondere a bisogni e a esigenze. Ha inventato la ruota, la penicillina e pure il dentifricio sbiancante e proteggi gengive. Quanto alla vita stessa, però, l’uomo è generativo e non creativo. Partecipa al generarsi della vita, ma non può crearla; o meglio, tradisce se stesso quando s’illude di poterlo fare, perché la prospettiva di possedere la vita precipita la persona umana dentro un supermercato e riduce la dignità e il valore dell’individuo a una questione di domanda-risposta, che poi è compra-vendita.

John Médaille affermava: «Ogniqualvolta si tollera che la persona sia oggetto di possesso, la schiavitù ne è la conseguenza inevitabile. Perché se tu possiedi te stesso, puoi anche vendere te stesso. Ciò che è posseduto da qualcuno, può essere comprato e ri-posseduto da qualcun altro».

È paradossale dire che noi non possediamo noi stessi? Sì, ma è il paradosso che tutela la vera libertà della persona, una libertà che è qualcosa di più grande di tutti i diritti, anche giusti, che qualche istituto umano (un tribunale, ad esempio) può sancire. È qualcosa di persino più grande della volontà di perseguire i propri scopi e desideri.

Dante comincia a parlare della libertà umana liberandola dall’umano: nel Purgatorio la voce di Marco Lombardo racconta il valore della persona dicendo che Dio «vagheggia», cioè s’invaghisce e s’innamora dell’anima di ogni uomo prima che egli venga al mondo. Questo è l’orizzonte umile che c’è all’origine della generazione umana, accettare che ci sia un Creatore che rivendica su di sé la paternità originale di tutte le sue creature, affinché nessuna sia schiava delle altre creature – e di se stessa. Questa è la nostra grande dignità di persone: siamo più liberi di tutte le libertà che vorremmo, e per amare davvero noi stessi e gli altri dobbiamo ammettere che non siamo capaci di amarci e di amare compiutamente.

In ogni casa umana manca e mancherà sempre qualcosa. E non c’è supermercato che possa soddisfarci, per quanto fornito sia; perché non è mai un “prodotto” quello di cui i nostri desideri sono in cerca.

A quella voce commossa e sconosciuta sentita per radio, vorrei tendere la mano e dire con umiltà e tenacia – citando Giovanni Lindo Ferretti: «Non posseggo la soluzione di alcun problema ma rendo merito al mistero della vita che non intendo barattare con alcuna teoria scientifica né costringere in alcuna utopia umanistica» (da Barbarico).

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