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Il suicidio solitario di Arin, circondata dai jihadisti, e quello di Brittany, sconfitta dal cancro

ottobre 21, 2014 Annalisa Teggi

«Non vedi tu la morte che ‘l combatte/ su la fiumana ove ‘l mar non ha vanto?» (Inferno, canto II)

Tutti abbiamo visto quella bandiera nera che sventolava sulla collina di Kobane. Nella grande economia di una guerra complessa, ecco una tragedia semplice da comprendere: una città curda assalita dall’esercito dell’Isis diventa strategicamente molto rilevante; si trova in territorio siriano, ma è vicinissima al confine turco. Gli occhi dei potenti osservano gli eventi, pianificano e infine semplicemente assistono. Assistono anche i curdi di Turchia, costretti a non varcare il confine siriano e a non andare in soccorso dei loro fratelli che pure sono lì, pochi metri oltre i carri armati schierati da Erdogan. Intanto i raid aerei americani non sortiscono un’efficacia risolutiva.

ARIN-MIRKAN-facebookAlla fine i curdi di Kobane combattono da soli, casa per casa. E scarseggiano le munizioni. E cominciano i massacri di civili perpetrati dalle milizie del Califfato. Anche le donne curde combattono, sapendo a cosa vanno incontro se cadono in mano al nemico: stupri di massa e decapitazione. Tra queste combattenti c’era anche la giovane Arin Mirkan (foto a destra), mamma di due bimbi. Quando Arin si è trovata senza munizioni e circondata dal nemico, ha scelto un’estrema forma di attacco come ultima risorsa: ha usato l’esplosivo per farsi saltare in aria, uccidendo oltre se stessa un imprecisato numero di jihadisti. «Saranno dieci in meno che vanno a uccidere i miei figli», ho pensato che il soldato Arin abbia considerato la cosa da questo punto di vista. Ma, in realtà, non so proprio cosa le sia passato per la testa, perché lei era là nel pieno della furia della guerra e noi eravamo tutti al di qua del confine di sicurezza, a guardare.

Anche Brittany Maynard ha visto il nemico invadere casa sua. Si è sentita una bandiera nera conficcata nel corpo, il suo nome: glioblastoma, il più aggressivo e mortale dei tumori cerebrali. A 29 anni, sposata da poco, Brittany si è trovata dentro questa guerra, in cui i «raid» della medicina non sarebbero stati comunque efficaci. Senza via d’uscita, solo mesi di dolore. E ha fatto la sua scelta: in un video che ha commosso l’America, la giovane sposa ha raccontato la sua decisione di ricorrere al suicidio medicalmente assistito, da lei definito una morte con dignità. L’opinione pubblica commossa assiste, un passo dietro il confine, quello spazio di libertà che Brittany chiede venga rispettato.

Mi chiedo se, in fondo, questa rispettosa distanza non sia un carro armato mimetizzato, qualcosa che non è lì per proteggere, bensì per lasciare isolata una città in guerra. L’idea che una qualsiasi forma di morte tolga dignità all’uomo fa paura; ma è un’ombra cupa, e falsa. Perché la sola inerte presenza di un corpo sofferente è una testimonianza muta e luminosa della dignità umana, che non dipende dalle forme belle, sane e adeguate del nostro essere, ma c’è lì dove c’è un uomo; è la dignità radicata nel valore nudo e assoluto del nostro esserci. Forse anche questo può essere l’ultimo dirompente colpo esplosivo che lancia chi non ha altro che un rantolo di vita. È un soldato senza via d’uscita che affronta il nemico, non lo sconfigge, ma indebolisce il terrorismo delle sue ombre, in nome di chi resta e vede quella bandiera nera far breccia alla porta di casa.

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