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Il silenzio, la folle e la savia

agosto 19, 2012 Marina Corradi

Tratto dal numero 24/2012 di Tempi

Sei giugno. Camminare per il centro di Carpi nell’ora in cui il sole comincia ad abbassarsi, e l’oro del tramonto incendia le torri del Castello Pio. Qui è zona rossa, transennata e deserta. La maggior parte delle case, da fuori almeno, sembra quasi intatta; ma la paura, il 29 maggio, ha artigliato il cuore della gente, e questa sera, ancora, Carpi è vuota. Sfregiato il Duomo di una crepa irregolare, come lo scarabocchio di un bambino arrabbiato. Nel silenzio, come si sente forte il tubare dei piccioni; come sobbalzi, al tonfo del battente di un portone. Abbandonati i caffè della grande piazza, e le vie dove il sabato passeggiano le belle ragazze carpigiane.

Proprio non è rimasto nessuno: e ti lasci andare a sedere sul gradino di un marciapiede, accanto al Duomo. Resti lì, assorta, il taccuino fra le mani, quando qualcuno ti si avvicina con passi leggeri, e senza dir nulla ti siede accanto, sul marciapiede. Come se vi foste date un appuntamento, tu e quella vecchia sconosciuta, o se una misteriosa affinità vi avesse riunito qui, sole, stasera. Lei ha i capelli bianchi lunghi fino alle spalle. Veste modestamente. Ha una sporta di plastica con dentro delle confezioni di medicine. «Che cosa stai guardando?», mi chiede con dimestichezza, come se ci si conoscesse da sempre. «Guardo la piazza. È triste, così vuota», rispondo io, e lei annuisce.

Si chiama, dice, Anna, e ha 76 anni. Deve abitare qui, se alle transenne l’hanno fatta passare. Mi dà l’idea di una donna sola: sono quasi le otto, e lei non sembra preoccuparsi di una cena da preparare. Lo sguardo è un po’ perso, nei suoi occhi grandi; come se non fosse perfettamente presente qui, ma in un altrove che io non so decifrare. Racconta, nella dolce cantilena emiliana, di suo padre che ebbe delle terre a Latina, ai tempi della bonifica degli anni Trenta, dal Duce, «che in verità quando ero bambina non mi sembrava così cattivo». Sembra che per lei il tempo si sia fermato; parla solo di eventi remoti, di un suo nipote, «un giovanotto tanto di bell’aspetto», che un giorno si uccise. Di una sorella che la comandava in tutto, «certo, lei era del Toro e io della Bilancia», commenta, come se in quelle stelle fossero scritti i destini.

Del terremoto invece, della mano rabbiosa che ha scosso Carpi, non una parola. Come non fosse quella la realtà, o fosse irrilevante – lei intenta ancora a combattere con i suoi fantasmi interiori. Mi alzo infine, e vado. Mi volto, lei si allontana, sola. L’unica altra persona che incontro poi questa sera nella piazza di Carpi è un’altra vecchia, questa però perfettamente savia. Mi dice solo che stanotte dormirà qui, a casa. Non ha paura?, le chiedo. Sorride: «Tanto, se Dio ha deciso che mi vuole stanotte, comunque verrà a prendermi». Lo dice con una dolcezza disarmante negli occhi chiari sereni. Tu te ne vai dalla piazza pensando: che strano, questa notte solo la folle e la savia rimangono, le sole senza paura. Quanto a te, l’eco di una tv accesa appena fuori dalla zona rossa ti sembra amica come la sagoma della terra, dopo ore di sperdimento in questo mare silenzioso.

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