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Il ragazzo di Calais. Una storia che si può solo immaginare

settembre 28, 2015 Marina Corradi

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti

Per lui nessuna foto sui social network, né commozione, e solo poche righe sui giornali. Il decimo migrante morto nel tunnel della Manica, non fa più notizia. D’altronde non se ne sa nemmeno il nome, né con esattezza l’età. Soltanto, a giudicare da quel che è rimasto di lui, che era molto giovane, sui vent’anni, e veniva dalla Siria. È morto folgorato nel tentativo di salire su uno dei treni merci che traversano l’Eurotunnel. Fine della storia.

Allora mi viene voglia di immaginarla, la storia di questo ragazzo, che chiamerò Abdul. Un siriano fuggito dalle macerie di Aleppo, colorito olivastro, grandi occhi neri. Un ottimo studente, prima della guerra. Parlava perfettamente l’inglese, era iscritto a Ingegneria. Giocava a calcio da terzino, e aveva spalle larghe e gambe forti. Uno così non si poteva rassegnare a restare fra le macerie. Quando lo disse ai suoi, quelli tremarono, all’idea del viaggio per l’Europa. Ma poi sua madre, che aveva fiducia in lui, lo abbracciò e gli disse: noi siamo vecchi, ma tu parti, vai.

Abdul partì una mattina presto, quando era ancora quasi notte. Pensò di voltarsi indietro, ma poi si fece forza e tirò dritto. Con i tre più cari amici salì su un camion che li avrebbe portati al confine turco. Era l’inizio dell’estate, e per un momento forse, sobbalzando a ogni buca della strada, quei tre pensarono di essere all’inizio di una grande avventura.

Un calvario, invece, nell’afa, la sete sempre addosso, nella polvere che seccava la gola. Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, in camion, a piedi, in una marcia infinita. L’Ungheria, col filo spinato e i soldati in assetto antisommossa. E sempre correre, essere furbi, e pagare facce losche; pagare ancora, nascondersi, e di nuovo fuggire. La notte, prima di crollare morto di stanchezza nel sonno, Abdul pensa a sua madre; e a una ragazza, cui ha promesso di tornare. Ed è forte e in gamba davvero, lui, e filtra per tutte le barriere, supera nel cassone di un Tir l’Austria, entra in Germania, ma non si ferma: vuole arrivare a Londra, dove i parenti lo potranno ospitare.

A Calais si ferma tre giorni, a soppesare con gli amici tutte le tattiche possibili per superare l’ultima manciata di chilometri che li separa dalla meta. Ne hanno percorso migliaia, che sarà mai, la Manica? Ma ci sono barriere, e polizia dappertutto. I due amici rinunciano. Non Abdul, che ha giurato: o arrivo a Londra, o muoio.

La notte prescelta, aperto un varco in una recinzione metallica, si apposta su una tettoia lungo i binari. I treni merci alla partenza sono abbastanza lenti, ce la può fare, a saltare sul tetto di un vagone. La locomotiva si annuncia con grandi occhi gialli nel buio. Lo spostamento d’aria, lo sferragliare feroce delle ruote, ecco: ora. Salta, e sfiora appena il cavo dell’alta tensione. È un istante, neanche il tempo di pregare.

Non lo identificheranno, e sua madre, a lungo, si ostinerà a pensarlo vivo, e sussulterà, a ogni squillo del telefono. Un giorno forse, fra trent’anni, quando i migranti siriani saranno cittadini europei, una lapide a Calais ricorderà Abdul e gli altri, militi ignoti caduti a vent’anni in una guerra che si vorrà dimenticare.

Foto Ansa


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