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Il paese più felice del mondo non è quello che pensate voi (e l’Onu)

marzo 22, 2017 Rodolfo Casadei

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Non per fare i guastafeste, ma queste classifiche dei paesi più felici del mondo che da cinque anni a questa parte l’Onu ci ammannisce, non sono affatto attendibili. Se stiamo ai calcoli di statistici, economisti e psicologi che ogni anno miscelano dati obiettivi come il reddito pro capite e l’attesa di anni di vita sana con misurazioni soggettive relative all’efficienza dello Stato sociale, la libertà d’iniziativa, la generosità e l’assenza di corruzione, i paesi più felici del mondo sono sempre quelli nordici: Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia e Islanda si scambiano di anno in anno i primi posti di una lista che classifica 157 paesi e territori. Non c’è dubbio che si tratti di paesi con ottimi sistemi sanitari, Stato efficiente, poca disoccupazione, alti redditi pro capite, asili infantili, scuole e università che funzionano, infrastrutture sviluppate e funzionanti senza pregiudizio per gli equilibri ambientali. Ma bastano alte dotazioni materiali e livelli educativi qualificati per dire che la gente che vive lì è più felice di chi è nato in un paese povero, dove i servizi pubblici scarseggiano o sono assenti e i privati dispongono di scarse risorse o si arrabattano nella miseria? Sì, rispondono gli estensori del rapporto, perché il ranking è basato in gran parte su giudizi che gli interessati stessi formulano. È anche sulla base di queste autovalutazioni, recuperate dal Gallup World Poll, che si arriva alla classifica finale. Da uno a dieci, quanta corruzione percepisci nel tuo paese? Pochissima, rispondono gli scandinavi. Quanto ti senti libero di fare quello che ti pare? Tantissimo, rispondono i nordici all’unisono, e la colonnina dei punti s’impenna.

Tutto chiaro? No. Se i nordici sono tanto felici, perché si rimpinzano di antidepressivi? Perché fra i 10 paesi dell’Ocse (l’organizzazione che riunisce i 35 paesi più industrializzati del mondo) che consumano la maggior quantità di antidepressivi 4 sono nordici? E l’Islanda è al primo posto? Perché i tassi di suicidio delle donne sono fra i più alti della Ue e dell’Ocse in Svezia, Norvegia e Finlandia, nonostante si tratti dei tre paesi, tolta l’Islanda, con i migliori tassi di eguaglianza di genere del mondo? E come è possibile che Svezia e Danimarca siano il primo e il secondo paese in Europa per incidenza di violenze sessuali? E perché dopo i tre paesi baltici (Lituania, Estonia e Lettonia) la Finlandia è il paese della Ue col più alto tasso di omicidi? E come mai Oslo è la capitale europea del consumo di metanfetamine, a giudicare dalla concentrazione rilevata nelle acque di scolo? Come si concilia la felicità col fatto che il 47,5 per cento dei danesi vive solo? O col fatto che Oslo è la città del mondo col più alto numero di abitanti single, ben il 52,9 per cento? È felicità decidere di ricorrere all’autofecondazione artificiale con lo sperma di uno sconosciuto, come succede sempre più spesso in Svezia e Danimarca? (ricordate La teoria svedese dell’amore, il film di Erik Gandini, no? Non è un ultraconservatore o un tradizionalista cattolico, ha pure girato Videocracy contro Berlusconi).

C’è chi ha cercato di misurare la felicità in un altro modo. Sta sempre di casa alla Gallup, lo storico istituto americano di sondaggi, e usa un criterio diverso da quello del World Happiness Report. Diverso come? La stessa differenza che c’è fra il modo in cui vediamo la nostra vita, e il modo in cui viviamo la nostra vita. Scrive Jon Clifton, il direttore di Gallup Global Analytics: «Se pensate che la felicità consista nel modo in cui vedete la vostra vita ovvero, parlando in termini sondaggistici, nella valutazione da 0 a 10 che date alla vostra vita, allora i danesi e gli svizzeri sono le persone più felici del mondo. Se invece pensate che la felicità consiste nelle esperienze di gioia, risate e sorrisi che fate nel corso della vostra vita, allora i latinoamericani sono i più felici». I latinoamericani? Ebbene sì: se ci si basa sul Positive Experience Index, il paese più felice del mondo è il Paraguay, e i posti d’onore sono occupati dal Guatemala e dall’Honduras, che è il paese del mondo col più alto tasso di omicidi! Nei primi dieci posti (undici a causa degli ex aequo) si trovano otto paesi latinoamericani. L’unico paese benestante presente è la Svizzera, al decimo posto. Strabuzzate pure gli occhi prendendo visione della testa della classifica (i primi undici posti): Paraguay, Guatemala, Honduras, Uzbekistan, Ecuador, El Salvador, Indonesia, Costa Rica, Uruguay, Colombia e Svizzera. Così si legge in Gallup Global Emotions 2016, il rapporto sulla felicità che fa da contraltare a quello dell’Onu. Le domande rivolte alle persone sondate in 140 paesi del mondo sono state del tipo: “Ti sentivi ben riposato ieri? Hai riso, hai sorriso ieri? Hai imparato o fatto qualcosa di interessante ieri?”. I famosi paesi nordici che fanno il vuoto dietro di sé nelle classifica del rapporto made in Onu, qui navigano fra il 20° e il 30° posto.

tempi-svezia-modelloIl rapporto della Gallup si occupa anche di stabilire quali sono i paesi più infelici in termini di esperienze emotive negative: rabbia, sofferenza fisica, tristezza, dispiacere. Agli interpellati è stato chiesto se nella giornata precedente avessero sperimentato per lungo tempo tali emozioni. La risposta ha prodotto una classifica in parte prevedibile e in parte sorprendente. I primi dieci paesi in ordine di infelicità sarebbero i seguenti: Iraq, Iran, Sud Sudan, Siria, Cipro, Liberia, Togo, Sierra Leone, Bolivia, Portogallo e Territori Palestinesi. Una bella sfilza di paesi sconvolti dalla guerra, oppure reduci da conflitti, ma anche due paesi della Ue che non dovrebbero lamentarsi troppo come Cipro e il Portogallo. Il rapporto dice altre cose interessanti: la regione del mondo coi più alti tassi di rabbia è quella che comprende l’Africa settentrionale e il Medio Oriente; la scarsità di emozioni negative non implica automaticamente che siano numerose quelle positive: la Bielorussia compare sia nella classifica dei dieci paesi con meno esperienze negative che in quella con meno esperienze positive. Potremmo dire che si tratta di un paese di esseri umani impassibili.

Da questi raffronti io concludo che la questione della felicità ha un risvolto culturale che l’illuministico World Happiness Report non sa cogliere, perché esso stabilisce a priori cosa gli esseri umani debbano trovare desiderabile, e poi rivolge loro domande per sapere se quelle cose desiderabili sono usufruite in modo più o meno soddisfacente. Non prende in considerazione l’ipotesi che la felicità può nascere da un particolare sguardo sulle cose della vita, anche quando queste non soddisfano bisogni materiali e immateriali predeterminati. Ai colti estensori si potrebbe consigliare la lettura, per allargare un po’ i loro orizzonti, del libro di Giovanna Parravicini e Paola Ida Orlandi Il cielo nel lager. Nijole Sadunaite, che racconta la storia di una cristiana lituana che ha vissuto sei anni nei lager sovietici. Nel suo diario scrive: «La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce — non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo».

Foto da Shutterstock

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