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Il mio amico don Milani, incompreso dal PIL (Partito Italiani Laureati)

settembre 4, 2017 Aldo Trento

DA LEONARDO NESTI - tre foto di don milani fatte da oliviero toscani appena 21enne, che verranno esposte in una mostra ('Cristiani d'Italia) in programma a Bologna da mercoledì e della quale l'ANSA è partner. Le foto appartengono alla Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII.

Ho chiesto a don Emilio Grasso, fondatore della Comunità “Redemptor hominis” e missionario in Paraguay, dove è per me non solo un grande amico ma un padre, di scrivere alcune righe su don Lorenzo Milani di cui fu amico. Quel prete scomodo che insieme a don Primo Mazzolari affascinò la mia giovinezza quando era in seminario.
paldo.trento@gmail.com

In due volumi di circa tremila pagine è uscita, nelle librerie, l’Opera omnia di don Lorenzo Milani. In occasione della presentazione, papa Francesco si è espresso con un significativo messaggio in cui “rende giustizia” al priore di Barbiana, morto cinquant’anni fa, all’età di 44 anni, in quello che è ormai noto come “l’esilio di Barbiana”. Andando completamente controcorrente, debbo confessare che provo un certo fastidio nell’assistere, oggi, a tante incensazioni di don Milani. Ricordo che quando scoppiò l’ondata sessantottina della contestazione giovanile, Lettera a una professoressa divenne un libro di lettura “d’obbligo”. Fu anche coniato lo slogan, che intendeva dare i riferimenti del Movimento di contestazione, delle quattro M: Marx-Mao-Marcuse-Milani. Niente di più banale e di idiota come accostamento.

Michele Gesualdi, che di don Milani fu discepolo amato, nel suo libro recentemente uscito ha rimesso in chiaro, per chi non l’avesse capito, l’impossibilità di inserire don Milani in schemi ideologici pre-esistenti e di ascriverlo a uno schieramento o a un altro. Le uniche parole che si possono aggiungere al suo nome sono quelle incise sulla lapide della sua tomba, nella terra nuda di Barbiana: «Sacerdote… Priore di Barbiana». Tutto il resto è solo interpretazione. E le interpretazioni possono essere molteplici e differenti, fino a giungere al punto di oscurare, e finanche falsare, il nudo fatto fondante la storia di don Milani.

La nudità – giunta all’estremo limite – di don Milani (Michele Gesualdi racconta di quando, ormai verso la fine dei suoi giorni, «buttò via il lenzuolo che lo copriva e rimase completamente nudo nel letto». E Gesualdi in eodem spiritu legge e interpreta quel gesto: «Non era per niente fuori di testa, né lo faceva soffrire il peso del lenzuolo sulla pelle, come pensava il fratello. Il suo atto aveva un significato preciso che non fu difficile per noi interpretare: presentarsi al suo Dio spoglio di tutto») va difesa e non tradita. «Dopo la sua morte – scrive Gesualdi – è stata una lotta continua, affinché il mondo da cui era fuggito non se ne appropriasse e non stravolgesse il pensiero e l’opera».

Come il Che Guevara, anche don Milani rischia di diventare un business, un tomo prezioso da allineare insieme ad altri nelle nostre biblioteche, un soggetto da vivisezionare in convegni e aule universitarie, un tema di studio sul quale scrivere un articolo (come, in fondo, io stesso sto facendo…), oppure una tesi di laurea con la quale poter entrare nel famoso PIL di cui parlava don Lorenzo, il Partito Italiano Laureati.

Di certo le situazioni sono profondamente cambiate, e anche le analisi sociologiche e pastorali del priore di Barbiana risentono dell’usura del tempo. Io, di nascosto (fino a un certo punto…) dal buon e paziente Rettore del Collegio Capranica, conobbi don Milani a Barbiana, quando ormai era già stato colpito dal male che lo avrebbe condotto alla morte. Dopo “la cacciata dei borghesi da Barbiana”, io ottenni il famoso “lasciapassare” grazie alla presentazione di due fedeli aiutanti di don Lorenzo nella Scuola; due persone di grande generosità, molto stimate a Barbiana: Franca Righini e Paolo Inghilesi. Vidi don Lorenzo alcune volte a Barbiana, una volta con Paolo in una casa a Roma e anche, poco prima della sua morte, a Firenze nella casa della mamma. Ho quasi un sacro timore di parlare di quel che vidi. Perché per me don Milani, più che ascoltato o letto,«andava guardato in silenzio». Senza questo sguardo carico di silenzio interiore, di don Milani non si sarebbe capito nulla. E una volta posto lo sguardo su di lui, se si aveva un minimo di onestà, si capiva che non si sarebbe più potuto vivere come se non lo si fosse conosciuto. Essere onesti con se stessi, dopo averlo conosciuto, voleva dire consegnare la propria vita ai poveri.
Verso il tramonto ultimo del sole sulla mia giornata terrena, anche quest’incontro profondo con don Milani sarà presente a Dio e posto tra i tanti doni ricevuti. Il tempo passa e la memoria si fa ancor più viva. Che il Signore, anche ricordandomi che conobbi di persona don Milani, non mi ponga tra coloro che dovranno ascoltare il terribile rimprovero: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”» (Mt 23, 29-30). 

Foto Ansa

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