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Il ministro dell’Economia dovrebbe pensare come il chestertoniano Innocent Smith

ottobre 15, 2012 Annalisa Teggi

Quanti milioni di stelle vi sono
che solo Dio ha numerato
ma proprio questa fu scelta per me
G. K. Chesterton- Di notte

Talvolta spunta qualcosa di poetico e suggestivo anche nella casualità in tempo reale di Twitter: giovedì mattina ha catturato la mia attenzione la notizia di un furto avvenuto in via Montenapoleone a Milano. A bordo di uno scooter, un individuo alto, magro, carnagione chiara, vestito di scuro con il casco da moto in testa, una sciarpa e i guanti ha frantumato una vetrina di Damiani, riuscendo a rubare due collane di diamanti da 275 mila e 85 mila euro, un anello da 106.650 euro, una collana di perle da 24.850 euro e alcuni orecchini. La notizia aveva, appunto, un tocco poetico; mi ha riportato ai tempi in cui anche la figura del ladro aveva un che di fascinoso, alla Lupin e Diabolik per intenderci. Quell’atmosfera di mistero che avvolge la figura di uno scaltro, longilineo e bellissimo uomo vestito di nero mentre si avvicina furtivo per impadronirsi di gioielli dal nome altrettanto fascinoso: la Stella del Sud, il Gran Mogol, The Flame.

La nostalgia di queste atmosfere mi ha fatto indugiare un po’ nell’immaginare come fosse quella collana di diamanti da 275 mila euro, ma ecco che Twitter ha rilanciato la posta sulla mia fantasia e – poco dopo la notizia del furto – ne è comparsa un’altra in cui si annunciava che un team di ricerca franco-americano ha ufficializzato la scoperta dell’esistenza di un pianeta quasi interamente composto di diamante, grande due volte la Terra e in orbita attorno a una stella della costellazione del Cancro a soli 40 anni luce da noi.

Il paradiso dei ladri, verrebbe da dire, ma se qualcuno si è già messo a fantasticare sulla possibilità che esista un portentoso scooter spaziale atto a permettergli una veloce capatina nei pressi della vetrina a cielo aperto di  «55 Cancri e» (questo è il nome del prezioso pianeta), mi premuro di aggiungere che qualche serio giornalista ha già infranto questo sogno a occhi aperti con un dato deprimente: «qualora fosse anche possibile organizzarne lo sfruttamento in maniera conveniente, un’improvvisa e tale abbondanza di diamanti ne spingerebbe il valore nei pressi di quello della ghiaia».

Questa triste visione basata sulle inoppugnabili leggi di mercato mi ha spinto a ritornare alla mia precedente e fantasiosa visione del ladro. Perché il punto di vista del ladro è sacrosantamente legato all’ideale di desiderare qualcosa che è prezioso – anche se è di qualcun altro. E io sospetto che mentre l’asettica analisi statistico-economica ci fa vedere ghiaia (per non dire polvere e fumo) dappertutto attorno a noi, forse l’occhio più vivace ed entusiasta del ladro scorgerebbe il luccichio di diamanti. E ne ho avuto la conferma andando a fare la spesa.

Mi trovavo in un supermercato in cui frutta e verdura per quel giorno erano in promozione a meno di un euro al chilo. Alle 9.05 di mattina tutte le cassette erano già state ripulite, rimanevano solo rade foglie gialle d’insalata e qualche pomodoro guasto. Un’anziana signora, rammaricata come me per l’offerta persa, si è lasciata andare alla triste constatazione che sarebbe anche lei finita a rubare, come quei vecchietti dalla pensione inesistente inchiodati dalle telecamere di sorveglianza dei negozi a rubare una fetta di formaggio o una bistecca. Ecco il ladro d’oggi, altro che Lupin e Diabolik.

Scuoteva la testa, la signora, e dopo un po’ di pensieroso silenzio ha aggiunto che lei un pezzo di terra ce l’aveva avuto, ma ha lasciato perdere. Costi di gestione e di manutenzione troppo alti; la vendita dei prodotti coltivati non solo non copriva le spese, ma lasciava i bilanci tragicamente in passivo. La sua è la storia paradossale di molti piccoli coltivatori arrivati all’assurda conclusione che non conviene neppure più raccogliere la frutta. Siamo abituati a vedere servizi televisivi che ci mostrano interi aranceti lasciati con i frutti sugli alberi a marcire.

Uno scempio di cui molti si lamentano. Io non ho titoli e competenze per entrare in raffinate discussioni economiche e politiche. Sono laureata in lettere. Posso limitarmi a fare una passeggiata nella fantasia, rubando il guizzo creativo che permise al signor Chesterton di inventare un personaggio come Innocent Smith – altrimenti noto come Uomo Vivo. È a questo personaggio che si deve un’interpretazione stravagante, ma non eretica dei due comandamenti inerenti il furto. A ben vedere le lapidarie sentenze esposte sulle tavole di Mosé contengono un sottinteso messaggio incoraggiante e positivo.

É scritto: «non rubare», ma – osserva Innocent – non è vietato essere ladri in casa propria; cioè non è vietato – anzi forse è caldamente incoraggiato – frugare in casa nostra con l’occhio di un ladro venuto a rubare. Per questo il personaggio in questione si costringe a entrare quotidianamente a casa sua usando tutte le vie d’accesso non ordinarie come la porta: si cala dal camino, forza le finestre. E questo esercizio sortisce lo strano effetto di non fargli smettere di desiderare la roba che è sua, ritrovandola preziosa di giorno in giorno. Perché, forse, è questo il vero suggerimento del comandamento sul non desiderare la roba d’altri: cerca di continuare a guardare ciò che hai con l’occhio di chi lo desidera. È un modo creativo per impedire che la nube scura della legge di mercato (o dell’abitudine) svilisca ciò che – invece – resta prezioso anche se lo possediamo, e magari in abbondanza.

Lungi da me il pensiero agghiacciante di suggerire che un bravo ministro dell’economia dovrebbe avere lo sguardo di un ladro, ma posso spingermi fino al punto di dire che potrebbe avere lo sguardo di un extraterrestre giunto in visita sulla Terra direttamente dall’adamantico regno di «55 Cancri e». Abituato a vedere attorno a sé solo una luccicante – ma monotona – distesa di impenetrabili pietre durissime e dai contorni rigidi e taglienti, che direbbe di questa nostra terra friabile e umida in grado di ospitare semi e generare stravaganti forme viventi dai colori variopinti? Che direbbe guardando il turgore di un pesco ricurvo sotto il peso dei suoi frutti o dell’intenso profumo di un aranceto? Ci chiederebbe perché, con tanta strabiliante e generosa ricchezza attorno a noi, continuiamo a riferirci alle cose preziose usando il modo di dire «avere dei diamanti tra le mani».

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