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I superpoteri di mia madre, che ha salvato il mondo facendosi investire da un ciclista ubriaco

dicembre 6, 2014 Annalisa Teggi

elastigirl«Di provedenza è buon ch’io m’armi» (Paradiso, canto XVII)

Esistono i supereroi della vita reale: è un fenomeno nato in America all’indomani dell’11 settembre. Si tratta di persone comuni, che per puro spirito volontario offrono aiuto in difesa della gente. Si mascherano, hanno nomi di fantasia, ma collaborano con le forze dell’ordine. Non hanno superpoteri, ma solo il desiderio di dare una mano. Non mi dispiace come idea, in fondo la creatività umana, quando si indirizza al bene, segue le orme (e le idee) del Creatore, che a suo tempo creò gli angeli.

Guardiamoci dunque attorno; magari dietro il burbero vicino di casa c’è un indomito benefattore che esce nottetempo a proteggere le donne in difficoltà; magari il nostro indolente collega d’ufficio diventa uno spirito fiero e risoluto impegnato a sconfiggere la piaga del bullismo. Magari sì, sta a vedere che anche mia madre è un supereroe: la Donna Invisibile. In un certo senso lo è già, perché, come tutte le mamme, è quel tipo di persona che fa molto, anzi troppo, e lo fa senza farsi notare. Ma forse nasconde pure dei superpoteri.

Ad esempio, qualche sera fa è stata investita da un ciclista, mentre era in auto pressoché ferma. Difficile da credere, ma può capitare. Nonostante vari testimoni, si è presa lei la multa, perché bicicletta contro auto è come carta contro sasso: vince sempre carta, e ha vinto la bicicletta. Ma torniamo ai fatti: nell’urto il ciclista è caduto, mia madre l’ha soccorso; vedendolo a terra immobile, ha temuto il peggio e, come tipico di una donna all’antica, ha cominciato a recitare le litanie ai santi.

I soccorsi terreni, vigili e ambulanza, hanno poi svelato che la faccenda stava in tutt’altro modo: il suddetto ciclista era parecchio ubriaco, non era affatto ferito ma solo stordito dall’ebbrezza e nascondeva nel fodero interno della giacca un gran coltellaccio, che gli è valso una denuncia. Ecco, io ho pensato: questo tizio poteva pure aggredire mia madre. Invece lei ha pensato: chissà dove andava con quel coltello, speriamo che questo piccolo incidente sia servito per impedire qualcosa di peggio.

Forse la Donna Invisibile ha intercettato un criminale; in ogni caso è finita che lui ha smaltito la sbornia al pronto soccorso, con mia madre che, di nascosto, recitava il rosario in sala d’attesa. E questo è un lieto fine, migliore di qualsiasi cosa lo aspettasse in quella corsa al buio.

Molte volte mi è stato chiesto cosa intendesse il signor Chesterton con l’aforisma: «Quando vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male». Questo piccolo evento di cronaca familiare vale più di mille parole. I supereroi fanno sempre al meglio ciò che vale la pena fare; infatti abitano nel regno della fantasia. Nel nostro amato mondo malandato vale pure il nostro niente: ciascuno, piccolo e sgangherato com’è, serve lì dov’è. Noi umani facciamo male le cose, eppure ne nasce talvolta il bene; ecco, tu te ne stai lì fermo, qualcosa ti sbatte addosso… non hai fatto niente eppure valeva la pena esserci. Vale la pena esserci così come siamo, col nostro buono, col nostro discreto, anche col nostro insufficiente.

Da un grande potere derivano grandi responsabilità; e allora, grazie agli angeli terreni e celesti. Ma pure con la nostra precaria presenza, la Provvidenza opera.

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