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I guardiani della galassia: una compagnia che come noi tenta di salvare il mondo

novembre 16, 2014 Annalisa Teggi

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«Vinca tua guardia i movimenti umani» (Paradiso, canto XXXIII)

Sono contenta di aver portato i figli a vedere il film I guardiani della galassia. Per un paio d’ore tutta la nostra famiglia si è fiondata in un mondo immaginario e la morale che ne ho ricavato è che certe belle compagnie si formano semplicemente perché la vita ti fa sbattere contro certe persone; e che di queste belle compagnie fanno solitamente parte individui incompatibili tra loro, e assurdi ciascuno a modo suo.

Avviso di spoiler: sto per sintetizzare la trama. Un procione geneticamente modificato, un albero umanoide, un’assassina di carnagione verde, un umano fissato con una musicassetta degli anni Ottanta e un carcerato nerboruto s’avventurano in un’impresa comune, che li vede uniti a dispetto del fatto che ciascuno odia o detesta o semplicemente tollera a fatica gli altri membri. Inutile dire che c’è un cattivo, anzi due: il titano Thanos e il perfido Ronan, le cui mire implicano distruzione e devastazione nella galassia. Essendoci in ballo la sopravvivenza, i cinque improbabili personaggi fanno causa comune e ciascuno, inoltre, porta in cuore un suo personale dolore; si trovano a custodire l’elemento da cui dipende la salvezza o la distruzione di tutto, la Gemma dell’Infinito – qualcosa di immensamente più potente delle forze di ognuno di loro.

Come in ogni sano film d’azione, la fanno da padrone le scene di scontri e combattimenti. In quello decisivo, l’intera compagnia viene salvata grazie al sacrificio di Groot, l’albero umanoide che, abbracciandoli con i suoi rami e radici, li proteggerà. Muore, ma non muore, perché da un suo ramo nascerà una nuova pianta. Infine, la gemma preziosa resta in mano a Peter, l’unico umano dei cinque, ma per sconfiggere definitivamente Ronan è necessario che tutta la compagnia aiuti Peter a sostenere la potenza contenuta nella gemma.

Mi scuso se ho rovinato la sorpresa a qualcuno; spero di incentivare qualcun altro ad andare a vederlo. Perché? Perché questo è il genere di storie che mi piace, ci sono tutte le cose che mi aspetto di trovare in un racconto fantastico: l’assurdità, l’amicizia, il sacrificio, le imprese impossibili e più di tutto la fiducia data a persone imperfette per compiere grandi cose. Per questo, sono altrettanto contenta che mia madre fin da piccola mi abbia portato a Messa. Non che sempre ne fossi entusiasta, ma pian piano ho cominciato ad ascoltare la storia che si celebrava sull’altare: le vicende di una strana compagnia umana fatta di persone improbabili, come usurai, prostitute, pescatori, soldati e uomini di lettere. Non sempre andavano d’accordo tra loro, alcuni addirittura si detestavano, ma rimasero stretti attorno a Uno che, alla fine, li abbracciò col legno della sua croce per salvar loro la vita. Morì, ma non morì; resuscitò.

E da quel momento la gemma del suo Bene Infinito venne affidata a un uomo, Pietro, che si trovò tra le mani qualcosa di immensamente più grande di sé. A sostenerlo, rimase e rimane il resto di quella sconclusionata ma simpatica compagnia; guardiani anch’essi, non padroni. Anche qui c’è tutto quello che cerco in una storia entusiasmante, e in più – essendo vera – ne posso far parte anch’io con tutte le mie assurdità, compresi dolori e ferite che segnano il cuore.

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