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«I figli ci vengon dati per diventare grandi». Lo farò col mio secondogenito di cinque anni. Ha la disprassìa

ottobre 31, 2013 Eva Anelli

“Disprassìa s. f. [comp. di dis-2 e prassia]. – In medicina, incapacità o difficoltà a eseguire movimenti diretti a uno scopo preciso”. Pare soffrirne il secondogenito. In primavera la maestra mi parlò di lui in termini di “immaturità” delle emozioni, della parola e dei movimenti. Da cui il consiglio di sentire un parere medico. Alla prima visita in un centro specializzato in recupero psicologico-logopedico-motorio, la neuropsichiatra infantile formulò l’ipotesi di cui sopra, tutta da verificare tramite diversi test. Detto fatto, è da giugno che lo ribaltano come un calzino: test-visita di psicologia, logopedia, psicomotricità. Ora io e il marito attendiamo il cosiddetto “colloquio di restituzione” in cui ci verranno comunicate le conclusioni tratte da quest’osservazione e ci verrà proposto un percorso.

La mia reazione di fronte alla sua “sconclusionalità” – che forse ora troverà un riscontro scientifico -, fatta di: dimenticarsi perennemente le luci accese (soprattutto quella del bagno), non ricordarsi le tre-operazioni-tre che deve compiere ogni mattino da tre anni a questa parte, ovvero da quando ha tolto il pannolone (fare pipì-lavarsi denti-mani-faccia: una la salta sempre), il suo incedere disordinatamente in piscina come se i vari pezzi del suo corpo non gli appartenessero e agissero indipendentemente l’uno dall’altro (e soprattutto indipendentemente dalle indicazioni dell’istruttrice, disperata), il suo esigere che i compagni d’asilo sappiano a memoria le battute dei suoi cavalli di battaglia, Il gatto con gli stivali/Gli Incredibili/Dragon Trainer, e finisce che in quel suo mondo di fantasia ci gioca da solo, e molto altro ancora; tutto ciò fa scattare in me un’istintiva – lo voglio dire nell’antica e francese langue d’oc per farmi capire meglio anche dai filologi tra voi – incazzatura. Per avere davanti agli occhi qualcosa di diverso da ciò che avevo immaginato; perché con lui si fa più fatica a far tutto; perché mi fa venire grandi sensi di colpa. Eppure anche lui è nato da me e dal marito come la sorella (femmina-alfa con cui sembra andare tutto in discesa, per ora…); eppure le condizioni climatico-esistenziali in cui son cresciuti son state le stesse; eppure ho dato a entrambi le stesse cose da mangiare e da bere…

Eppure. Come mi è difficile stare di fronte a uno diverso da come lo avrei in mente io, uno che è inconfutabilmente altro da me. Uno: mio figlio. Non l’immigrato da accogliere, istruire, dargli un lavoro e/o un’istruzione. Non il disabile grave in sedia a rotelle da assistere giorno e notte. Non la persona con orientamento religioso e/o sessuale diverso dal mio, con cui imbandire una vicendevolmente proficua amicizia fatta di civili scambi di vedute e da sbandierare sui social network in modo che gli amici vedano quanto sono politically correct io, quanto sono di larghe vedute eppure tenacemente e fedelmente attaccata alle mie convinzioni, io. No: mio figlio, un bambino di nemmeno cinque anni.

Il mio già accennato senso di realismo mi porta a volte a immaginarmi seduta sulla poltrona di un celebre talk-show (in nome di non si sa quale eccellenza in quale disciplina, ma tant’è), a dare le ragioni delle mie idee su matrimonio/divorzio, mondo gay, aborto, il rapporto Stato-Chiesa, la situazione politica italiana attuale e quant’altro: la nitidezza delle mie posizioni e la serenità in volto con cui le proferisco portano Daria Bignardi e Michele Santoro sull’orlo della conversione; sono lì lì per telefonare ai rispettivi parroci per chiedere se possono partecipare al prossimo consiglio pastorale perché si sono resi conto di quanto tempo abbiano perduto.

Poi apro gli occhi (il guaio è che a volte son già aperti) – nel frattempo rassicuro che Bignardi e Santoro godono di sanità mentale e brillanti carriere – e c’è il secondogenito. Anzi, no: ci sono io: io. La mia pochezza è sotto la lente d’ingrandimento. Un amico mi ha detto: «I figli ci vengon dati per diventare grandi». Come tutto. In questo senso uno “lavora” la vita, e la cartina di tornasole del suo lavoro è il suo diventar grande. Se così è, sono decisamente fuori rotta col secondogenito: perché non ho chiaro l’obiettivo “diventar grande io”. Come se uno si ostinasse a studiare a memoria un sonetto di Leopardi per trovare l’area di un quadrato.

Le cose apparentemente più scontate – voler bene a un figlio – in quest’ottica si rivelano affatto facili, per quanto semplici: implicano, cioè, appunto, un lavoro, concetto che non si associa solitamente a qualcosa di universalmente “scontato” come il voler bene a un figlio: dovrebbe esser spontaneo, no? Lavoro: la parola che più spaventa il mondo oggi, perché oggi sei figo se tutto ti viene naturale, se nasci imparato.

Caro secondogenito, lavoriamoci insieme alla tua sconclusionalità, also known as forse-disprassia: è un’occasione, per entrambi, di diventare grandi.

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9 Commenti

  1. caterina cattari scrive:

    ciaio, ti do del tu.
    mi chiamo Caterina, mio figlio di ormai 6 anni è disprassico. tutto ciò che hai scritto descrive perfettamente mio figlio ma soprattutto me. mi piacerebbe conoscerti.
    ciao

  2. Bert35 scrive:

    La disprassia non è mica la peste. Anche Chesterton ce l’aveva (o così pare) e guardate che pezzo d’uomo è venuto fuori…

  3. Lara scrive:

    Grande Eva!la tua esperienza è pressapoco la mia… Il ‘mio’ secondogenito ormai ha 12 anni e spesso io e mio marito riconosciamo stupiti che se non ci fosse (così com’è) bisognerebbe inventarlo!

    Lara da Gavirate

  4. Isa scrive:

    Cara Eva,
    adoro leggere tutto ciò che scrivi, ogni volta che “ti racconti”, mi lasci senza fiato.
    Le tue parole sono emozioni e leggendole è un po’ come viverle insieme con te.
    La mia fede non è assoluta, ma se mai esistesse quel qualcosa che sceglie per noi, sicuramente quando decide a chi donare i suoi angeli preferiti, è a persone come te che li affida.
    Isa

  5. Davide scrive:

    SOlo per far notare che le “tre-operazioni-tre” che deve compiere ogni mattino da tre anni tuo figlio in realtà sono quattro
    fare pipì-
    lavarsi denti-
    mani-
    faccia:

    ci credo che poi una la salta sempre 😉

  6. Mara Gorini scrive:

    Potrei averlo scritto io.
    Cambia solo il “sostantivo diagnostico”.
    … eccome se si diventa grandi insieme, tutti … primogeniti, secondogeniti, ennegeniti, mamma, papà, maestra A e maestra B, terapista C, persino il panettiere non è più lui da quando ci facciamo la spesa noi …

  7. chiara scrive:

    Bellissimo, siamo sicuri che non l’ho scritto io? mio figlio primogenito non è disprassico (o forse non l’hanno notato) ma dimentica le stesse cose del tuo e mi scatena le medesime reazioni. grazie per il punto di fuga proposto!
    Chiara

  8. Dado scrive:

    Mio figlio ha più di trent’anni e non credo sia disprassico ma, sicuramente, io ho bisogno – a sessant’anni – di diventare grande. E lo scopro continuamente in rapporto con lui. Ma non era così evidente da come l’hai detto tu.
    Grazie.

  9. Sabrina Magini scrive:

    Anche mio figlio ha la disprassia ha 9 ann deve seguito da quasi 5 anni dalla dottoressa sabbadini ho trovato enormi miglioramenti ma la strada sarà ancora molto lunga

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