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I conservatori e Amici, Abbado e Muti. La musica secondo Nazzareno Carusi, un talento “tagliatelle e sangiovese”

giugno 11, 2012 Mario Leone

Parlare con Nazzareno Carusi è un’esperienza privilegiata. Non si tratta della difficoltà di rintracciare un “personaggio” del mondo non solo musicale, perché ha accettato la mia richiesta di intervista con la gioia di un bambino di fronte ai suoi giocattoli. Ma è che ascoltandolo si ha la percezione chiara di stare di fronte a un Uomo, prima ancora che a un Artista. Disponibile, attento, interessante, sincero, perfino umile, Carusi è come suona e scrive: vitale, sanguigno, mai scontato, curioso e riflessivo. Ha suonato nei maggiori teatri del mondo Scala di Milano e Carnegie Hall di New York compresi, ha pubblicato dischi con la EMI, scrive per Libero e Panorama, collabora col TgCom24, ha un contratto in esclusiva con Mediaset e polemizza spesso anche su argomenti che non riguardino la musica. Gli abbiamo fatto notare che in questo ricorda Vittorio Sgarbi (che è suo complice nel “Discorso a due” teatrale per il quale hanno vinto in coppia il Premio Lunezia 2011). Lui dice invece che è così perché “tutto è musica, la musica è vita”. In più è un didatta con allievi (non solo pianisti) che a loro volta insegnano in Italia, Canada, Stati Uniti e Argentina: un mese fa una di loro, la chitarrista romana Costanza Savarese, ha riscosso un piccolo trionfo al Maggio Musicale Fiorentino. Carusi parla schietto, cosa rara nel mondo dell’arte e dello show-biz, a costo di sembrare scontroso, eccentrico e scomodissimo.

Maestro, chi è stato decisivo per la sua formazione?
Mia madre. È stata lei ad avvicinarmi al pianoforte. E poi mio padre, che non c’è più da poco e mi manca così tanto. I miei maestri, da Anna Maria Marrama a Lucia Passaglia, di una bravura oggi quasi impensabile; e Adriano Vendramelli, principe del violoncello e della musica da camera, Alexis Weissenberg e Victor Merzhanov, mito del pianismo russo. Anche Piero Rattalino, del quale ho un ricordo molto intenso. Infine, sicuramente il mio amico di sempre Massimiliano Paris, detto Il Vecchio. Da bambini ascoltavamo dischi in continuazione e ci sfidavamo a riconoscere non tanto l’opera (che era il meno), ma chi la eseguisse. Così sono cresciuto con la consapevolezza che l’artista debba avere una sua originalità, pena l’irriconoscibilità e dunque la noia. Che meraviglia distinguere Rubinstein da Horowitz o la Callas dalla Tebaldi, Furtwängler da Karajan e Stern da Heifetz. Provi lei, oggi, a riconoscere la Wang da Lang Lang. Arciuli da Lupo sì, li distinguerebbe, le loro personalità sono nettissime. Quegli altri invece sembrano cloni del vuoto emotivo, eppure sono immensamente più famosi dei nostri campioni nazionali. Si rende conto dell’inutilità dalla quale siamo circondati?

Ha citato Alexis Weissenberg, uno dei più grandi pianisti del XX secolo. Che rapporto avevate?
Lo incontrai nel ’90, mi ascoltò e non fui più solo. Ero considerato un pianista strano, con idee che suscitavano non poche reazioni contrarie. Pensi che il pianista del mitico Trio di Trieste, Dario De Rosa, mi diede del pazzo dopo avermi ascoltato suonare la 310 di Mozart. Weissenberg mi spiegò, invece, che potevo suonare così “perché hai un suono adeguato alle tue idee”. Quindi avanti tutta. Prima a Lucerna, poi a Lugano mi dava dei consigli, come chiamava quelle lezioni incredibili, con lui seduto sul divano o appoggiato al lato del leggio del pianoforte. Non m’ha mai chiesto nulla. Lo “pagavo” in amaretti di Celano, fatti dal mio amico Zorro. Voleva che lo chiamassi Alexis ma non ci sono mai riuscito. M’ha dato musica, bellezza e (come mio padre) un grande desiderio di capire il mondo.

Ho letto della sua amicizia con Lucio Dalla e ho visto il vostro “Nessun dorma” sulle reti Mediaset. Come è nato tutto?
Ci siamo conosciuti a casa sua nel 2004. Lucio aveva un vecchio Steinway e mi chiese di suonare. Chopin, Scarlatti e Rachmaninoff. Lui cominciò a improvvisarci su con la voce o alla tastiera. Siamo diventati amici così, al pianoforte. Quando gli chiesi di cantare per le Pillole di Classica su Canale 5, accettò di slancio e nacque quella versione del “Nessun dorma”. Curiosissima, certo non per merito mio. Alla Dalla, dentro e fuori il brano stesso ma mai fuori senso musicale, come ha detto Marco Mangiarotti a Matrix. Qualche mese dopo mi invitò a suonare al Festival di Benevento. Gli dissi: “Lucio, che c’entro? È un evento pop!”. E lui: “Naz, voglio un concerto classico”. Suonai Scarlatti e Liszt e uscì un titolo bellissimo sul Mattino: “De Gregori, Cremonini e Carusi, grande musica a Benevento”. La prova che i generi musicali possono convivere. L’anno scorso avevamo progettato un recital insieme, cinque canzoni (Caruso, Anna e Marco, 4 marzo ’43, L’anno che verrà e La sera dei miracoli), brani per pianoforte solo e poesie lette da Marco (Alemanno, ndr). Per un intoppo organizzativo la prima saltò e dovemmo rimandare. Ne avrò rimpianto tutta la vita.

Non le sembra che sulla sua morte ci sia stato un accanimento perverso da parte di alcuni personaggi e media?
Provai ribrezzo per le parole di Aldo Busi a Dagospia e una buona dose di pena per le polemiche sul funerale in Chiesa. Ne scrissi su Panorama.it. Lucio era un uomo che nel silenzio dovuto alle cose sacre viveva una fede, una dirittura, una nobiltà e una grandezza d’animo tanto profonde da farne un cristiano come pochi. Fine. Punto e basta.

In una lunghissima chiacchierata con lei su Libero, Riccardo Muti ha detto che “così come sono, i conservatori diventano un inganno”. Lei stesso è stato spesso durissimo con queste istituzioni. Qual è lo “stato della musica” da noi?
Premessa: in Conservatorio non è che non si suoni più, sappiamo tutti che ci sono anche allievi strepitosi e maestri eccezionali. Ma la gran massa, purtroppo, a cominciare da alcuni direttori e dai piani alti al Ministero, non è così. Le parole di Muti erano verissime e addolorate. Mi raccontò lo scoramento di trovarsi di fronte in tante audizioni a diplomati con lode che mancavano dei fondamentali dell’educazione strumentale. Come definirebbe lei chi prende il voto massimo al diploma e poi non supera neanche l’eliminatoria di un concorso nel quale musicisti immensi come lui siedano in giuria? Sfigato? O non, piuttosto, preso in giro? In quella, come in altre mille occasioni, Muti solo espresso amore e preoccupazione per i giovani che studiano la musica in Italia.

Sì, so anch’io quanto Muti tenga loro.
Senta, parliamoci chiaro, Riccardo Muti è l’unico artista italiano di calibro stellare che faccia sul serio, in Italia, qualcosa di grande per il loro futuro. La sua Orchestra “Cherubini” è tutta giovane, le sue parti principali sono tutte, nessuna esclusa, coperte da ragazzi che in questo modo vanno a suonare al Festival di Salisburgo o al Teatro Colón di Buenos Aires. E accumulano un’esperienza impossibile altrimenti. Mica come la “Mozart” di Abbado, che chiama per i ruoli fondamentali solisti famosissimi come Brunello, Bronzi, Carmignola o Dantone. Troppo facile. E poi l’ho già scritto mesi fa: vederli come bravi scolaretti davanti a re Claudio nel Bach più fuffo della storia, è stato come assistere a una svendita di terga musicali. La vedo preoccupato… Sto divagando?

No, cioè sì. La prego, non può dire così di Abbado. È un grandissimo. Le Monde qualche giorno fa ha scritto che il suo ultimo concerto a Parigi era da extraterrestri…
Ma certo che è un grandissimo. Un grandissimissimo. L’ho scritto anch’io. E pure i musicisti che ho citato sono dei grandissimi, ci mancherebbe. Ma non fanno sangue, stanno all’emozione musicale come la nouvelle cuisine a una trattoria verace romagnola. Roba da fighetti un po’ così. Io sono vecchio stile, tagliatelle e sangiovese. E non mi piacciono le parrocchie dove pregano solo il santo loro.

D’accordo, non ci provo più. Parlavamo degli studi musicali italiani.
Ah, sì. Dunque, nei conservatori, oltre che suonare si piange e molto. Perché le leggi sono folli e ci sono sì professori grandi, ma vi spopola chi non solo non ha mai dato un concerto, non solo ha la terza media, non solo non ha mai fatto un concorso, non solo (in tre parole) non ci sente, ma s’è inventato una riforma che nei fatti ha diminuito le ore dedicate allo strumento per impegnare gli allievi in corsi da ridere. Ha mai sentito parlare di Tecniche di preparazione psicofisica dello strumentista? Credo che nel delirio di fioritura di materie e corsi da manicomio, queste servano a prepararsi a entrare in palcoscenico con relativa calma. Ora, chiunque suoni sa che nei camerini prima dei concerti si parli spessissimo di … donne e uomini, ecco. Quindi chi dovrebbe insegnare tanto sublime argomento? Io credo che queste robe servano solo a dare a chi le insegna 50 euro l’ora aggiuntiva, una sorta di aumento surrettizio di stipendio. Purtroppo regna un basso impero culturale e burocratico che soffoca chi è bravo per davvero. Sa quanti professori eccezionali insegnano tra frustrazioni immani? Non lo trova inaccettabile? E aggiunga che in Italia non c’è un sistema didattico che proponga in ogni scuola lo studio della musica (anche strumentale, perché no?). Si va avanti a esempi clamorosi e straordinari di buona volontà, eccezioni e sperimentazioni. Ma la norma qual è? Come si fa a essere la patria di Verdi, la terra che ha rivelato al mondo la Callas, e non sentire queste cose?

Lei ha vinto il Concorso del ‘90, è stato uno dei professori ordinari più giovani d’Italia e oggi ha una notorietà che immagino le consentirebbe di rinunciare all’insegnamento. Perché continua, se la situazione è così brutta come dice?
L’ho già detto e lo ripeto, per raccontare da vicino la follia di questi apparati e farli saltare. È vergognoso che gente di valore assoluto sia precaria; che giovani prodigiosi se ne debbano stare a spasso senza poter neanche sperare in un concorso a cattedra come quello che ho fatto io ventidue anni fa; e che il ruolo, per esempio, ce l’abbia invece uno come il presidente della Conferenza nazionale dei direttori di conservatorio Bruno Carioti che tre anni fa, nella traccia di maturità musicale, confuse Beethoven con Haydn e poi spiegò al Corriere della Sera che sì, era successo, un disguido, non sapeva come, però ai fini dell’analisi nulla cambiava per i candidati. Disse testualmente che conoscere il nome dell’autore di un brano sicuramente è utile per sapere il periodo storico e lo stile, ma il lavoro tecnico di analisi armonica di una partitura è possibile, a prescindere dal fatto che si sappia o meno chi l’ha scritta. Pazzesco. Per non parlare del direttore generale dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica presso il Ministero dell’Istruzione, Giorgio Bruno Civello (da me soprannominato San Civello Afam), che otto anni fa chiese al Conservatorio di Cesena di includere il corso di Corno inglese (un legno) in quello di Corno (un ottone). Capisce? Il direttore generale dell’Afam che non conosce un corno. In più, non vorrei sbagliare, ma credo debba ancora spiegare la sua posizione a proposito di 3 milioni di euro (mica noccioline) che il Sultano dell’Oman ha regalato al Conservatorio di Bari per farne borse di studio e che non si capisce bene come siano gestiti. Legga qui.

Forse sono casi isolati…
No, senta, forse non mi sono spiegato bene. Questi due non pervenuti in nessun teatro nazionale e i loro amici hanno in mano da lustri gran parte del destino dei conservatori senza sapere della musica manco dove cazzo stia di casa. È più chiaro così? Ora basta, devono andare a casa, via, sparire. È criminale lasciarli continuare a incidere così tanto sulle vite di migliaia di ragazzi che devono sciropparseli in classe o alle leve di comando. Ecco, io resto per questo, per raccontare ste porcherie e i loro legulei.

Sì, ma se salta tutto, come vorrebbe lei, che succede poi?
Che chi suona rimane in piedi, professori o allievi; chi no sparirà e vivaddio, perché tutta la meglio gioventù che è fuori potrà entrare, finalmente. Qualche giorno fa leggevo sul Wall Street Journal un’intera pagina dedicata a Roberto Prosseda. Un’intera pagina sul Wall Street Journal! Sa che Roberto è un precario? Un precario! E per aver detto la sua su questi argomenti, tempo fa, è stato coperto d’insulti da chi non credo che uno strumento musicale in pubblico l’abbia mai toccato neanche alla sagra dei piselli. Questo purtroppo, troppe volte, è il conservatorio d’oggi: quelli come Carioti nei ruoli a vita; tanti insegnanti bravi da paura in apnea sotto montagne di minchiate; giovani bravissimi che non avranno mai una cattedra perché i posti sono occupati da detti lorsignori; e quelli come Prosseda (ma anche Anna Kravtchenko, Enrico Fagone, Glauco Venier, Alessandra Ammara, Massimiliano Ferrati, Emanuele Casale e cento altri così in gamba) a fare domanda tutti gli anni in attesa che commissioni casomai di cariotiani e civellei giudichino la loro arte, mentre hanno ridotto l’istituzione al regno delle ciance, dove chiamano abusivamente laurea quello che è solo un diploma, per di più assolutamente identico al vecchio che, invece, dicevano sarebbe stato superato in qualità e punteggio da quello conseguito con la frequenza del magico biennio. Senta questa: un’allieva aveva il problema di non potere scegliere un’opera troppo lunga per il suo esame finale (pochi minuti in più o in meno) per il tempo da destinare alla discussione della tesi, maggiore per regolamento di quello riservato all’esecuzione musicale. Discussione della tesi! Come se in concerto uno andasse a raccontare due smenate sulle opere in programma e non a suonarle tutte, intere e possibilmente bene. Civello, Carioti e sodali tutti, jatevenne. E noi passiamo ad altro.

Qualche giorno fa lei ha fatto arrabbiare sul web i fan di Maria De Filippi, Emma Marrone e Amici per un pezzo su Libero. Che è successo?
Ma niente, non si possono prendere troppo seriamente le chiacchiere su tutto e il contrario di tutto. Alcuni hanno titolato perfino che fossi un tenore, dài. Io ho detto solo che la De Filippi è una madonna pellegrina per la discografia in coma, il che non mi pare un insulto, visto che quando la Madonna Pellegrina arriva accorrono i fedeli ad adorarla; che la voce di Emma è a rischio perché lei urla e dunque la maltratta; e che trasmissioni come Amici vendono sogni a poveracci perché acquistano un senso distortissimo agli occhi di decine di migliaia di ragazzi, i quali venderebbero la pelle pur di entrare nella scuola tv più famosa d’Italia (spesso così, dal nulla, facendo un paio di lezioni prima del provino anziché prepararsi seriamente), per poi starci anche a suon di volgari sgomitate. Senza capire o non sapendo (o facendo finta di) che una volta lì non è che si diventi qualcuno a forza di spintoni davanti alla telecamera. Se non ricordo male, mi pare d’aver letto anche una dichiarazione della stessa De Filippi che diceva come volesse evitare (ho dimenticato a che proposito) le liti che spuntano fuori in trasmissione spesso fra studenti e professori. Chiusa qui. Invece è importante che Emma impari a non farsi male da sé alla voce. Lo spero di cuore. Perché è una ragazza che mi dà l’idea di capire tutto lei, come ho polemicamente notato, ma di certo è così proprio perché ha un talento superiore. Tutto il resto non conta.

Qual è il suo “rapporto” con una nuova partitura? Cosa significa per lei interpretare un brano?
Significa possederlo, averne assimilato ogni nota e saperle dare il suono che ne racconti la bellezza. Interpretare un’opera è viverla, vivere con lei giorno e notte. Poi, tradurre questa convivenza in un qualcosa che porti tutto il peso della sua e della nostra anima.

Il suo repertorio e le sue collaborazioni spaziano dalla musica classica sino al jazz, senza disdegnare nessun repertorio. Qual è il punto di contatto fra i generi che esplora, accosta, potremmo dire, in alcuni casi, fonde?
La bellezza, appunto. È questo che unisce artisti anche diversi. E la bellezza io credo sia l’unica ragione vitale dell’arte in generale. I messaggi a priori e i contenuti molto spesso affibbiati ex post, i portati, come si dice spesso, è certamente un limite mio ma non m’interessano. Le uniche cose che m’attirino di un capolavoro sono la sua fattezza e l’emozione che ne nasce.

Lei si è dichiarato anarchico.
E certo. Quando la legge è così pervasiva che da un lato ti dice anche come fare la pipì e dall’altro è tanto pletorica da venire disattesa quasi di default, l’unica via seria rimane l’anarchia. Quella vera, però. Massimo rispetto di persone e cose, quindi inutilità di regole. Ma è un’utopia assoluta e irrealizzabile.

Perché ce l’ha tanto con quella sinistra che lei chiama fighetta?
Perché non è seria. È seriosa, ma non seria. Io ho studiato a Mosca quando tutto era praticamente ancora made in Urss, primissimi anni ’90. Non posso non fare il paragone fra quella scuola e la nostra. Mi verrebbe quasi da dire che magari comunisti e sindacati qui da noi fossero stati sovietici: la scuola non sarebbe stata trattata per vent’anni e passa come un ufficio di collocamento di laureati col 18 politico, con le conseguenze pesantissime che scontiamo ancora oggi. In Italia, catto-comunismo alle vongole (che nulla c’entra né con Gramsci né con De Gasperi) e sindacalismo con la pummarola ‘ncoppa (niente a che fare con Di Vittorio) hanno protetto fannulloni e ignoranti per decenni. In Urss, gente come Civello e Carioti sarebbe stata fuori da quel dì, e a calci in culo.

E la politica di oggi?
Beh, può immaginare la mia simpatia naturale per tutto ciò che la bastoni. Perché è fatta da ignoranti, ignoranti ancora più che ladri. Il peggio del peggio. Viva Grillo quindi, per certi versi. Ma attenzione, perché il Movimento 5 Stelle ha nel web sia il motore che il filtro. Il motore è strepitoso, ma il filtro non funziona. Perché in rete c’è tutto e il suo contrario (come le facevo notare prima) e nulla, invece, può sostituire la conoscenza, il sapere vero, la cultura propria personale, il rapporto coi libri e quello diretto, fisico fra le persone. Bauman ha ragione, la nostra è una società liquida. Io aggiungerei che internet, uno dei suoi dèi maggiori, se non lo si maneggia con cautela fa acqua da tutte le parti.

Berlusconi? 
Quando ho letto che approverebbe liste a tema collegate al PdL, tipo i negozi che dividono l’abbigliamento fra bimbi, young, classic e taglie forti, m’è venuto da ridere. I nomi, poi! La Santanchè e la Brambilla, due che stanno alla politica come il lifting alla naturalezza o le autoreggenti alle suore. Cicchito, che ogni volta che apre bocca sono quei mille voti a sillaba di meno. La Gelmini, che quando twitta i pensierini ti chiedi se ci è o ci fa. Per me, il Cavaliere o trova in politica un fuoriclasse nel senso della caratura d’anima (tipo Confalonieri per l’avventura imprenditoriale) o se crede d’andare avanti con questa gente ha chiuso. E sarà giusto, perché non puoi pretendere di essere credibile, ma neanche coi tuoi stessi ammiratori, se continui a circondarti, come ho scritto qualche giorno fa, di sti peracottari.

Ci sarebbe anche una lista Sgarbi.
Ma Vittorio fa storia a sé. È un pezzo unico. Lo sbaglio di Berlusconi è stato d’averlo tenuto politicamente quasi sempre lontano, quando invece il loro rapporto personale è stato ed è di affetto e riguardo. So bene della loro amicizia grande e vera. In politica no, perché il Cavaliere è noto abbia scambiato Palazzo Chigi per un consiglio d’aministrazione e a parte Letta (che è una specie di Confalonieri da parlamento) ha sempre voluto attorno solo signorsì. Quindi non uno come Vittorio, perché non lo domina e neanche vorrebbe dominarlo, secondo me. Io credo che Berlusconi abbia quasi sempre calcolato che fosse preferibile l’ignavia inciuciativa all’energia futurista di uno come Sgarbi. Ora ci ripensa? Ammesso che Vittorio ci stia sul serio, credo che sia parecchio tardi.

Il Governo Monti?
Col record di spremitura fiscale, più che Monti direi Munti. Come tutti noi. Siamo già ai rantoli. Avanti così e moriremo di salassi.

Su Classic Voice di maggio le hanno dato una “bacchettata”. Nella rubrica con questo titolo hanno scritto che la sua bordata al giovane direttore Andrea Battistoni pare sopra le righe. Aggiungendo il dubbio che lei abbia stroncato lui ed esaltato i molto meno noti De Maio, Andretta e Giuri solo perché suoi conoscenti.
Quindi mi faccia capire, secondo questo giornalista se stronco la sua “bacchettata”, se dico che non è né sopra né sotto ma fuori le righe, lo faccio perché mi autoconosco? Scusi, ma se vale un principio del genere, e cioè se uno non può parlare bene (dicendo il vero) di chi conosce, allora a proposito di Classic Voice non posso dire neanche che adoro Piera Anna Franini, che è mia amica e scrive anche lei lì. Devo pensare che la rivista non voglia che io testimoni quanto valga la pena di comprarla fosse anche solo per leggere, appunto, la Franini? Se ho stroncato Battistoni e se di De Maio sono amico e dunque, sapendo quel che vale, lo scrivo senza mezzi termini (come per Anna), per di più invitandolo quando posso a suonare con me e mettendoci la faccia di persona; se Andretta neanche lo conosco; se Giuri non lo vedo da tre lustri ma a pensarla come me è uno come Paolo Isotta, che è il meglio della critica italiana da quando Piero Buscaroli tace; se ho visto Battistoni dirigere alla Scala e l’ho sentito sproloquiare da Fazio; se ho avuto la testimonianza di alcune delle prime parti del Teatro e, contrariamente a quanto sembrasse, il grande, giovanissimo e suppostissimo titano non è presente (guarda un po’) nel prossimo cartellone milanese; se succede tutto questo e il mio censore avanza dubbi, lei è sicuro che a voler difendere gli amici sia io e non lui? Sa che le dico? Che dall’uso che fanno della bacchetta, il giornalista e Battistoni sembrano affiatatissimi. Due sbacchettatori. Ma in classifica Battistoni arriva primo.

Lei scrive su Libero, su Panorama, anche sulla Voce di Romagna; ed è di questi giorni il lancio del suo blog “Note roventi” sul sito di quella corazzata dell’informazione che è il TgCom24. Come giudica la sua esperienza di giornalista?
Non la giudico, perché non sono un giornalista. Anzi, secondo l’idea tutta sbagliata per cui occorre un titolo di studio per fare qualsiasi cosa, io non dovrei scrivere neanche un avviso per la bacheca di condominio. Niente. Sono solo fortunato. E posso permettermi di dire ciò che penso senza censure. Naturalmente finché Belpietro, Mulè, Giordano, Pugliese e i lettori vorranno.

A proposito, ho letto commenti negativissimi al suo post su un clamoroso errore in un titolo della Voce di Romagna a proposito della tragedia di Conversano (vedere qui).
Sì, lo so. Ne ho approvato io stesso la pubblicazione perché penso che ognuno possa dire la sua. Esattamente come io, però, ho il diritto di tenermi la mia. Soprattutto nel momento in cui ho espresso con la preghiera il più alto rispetto per le vittime della tragedia. E non cambio idea: le tragedie più grandi possono avere risvolti comici. Perché sennò, stando a quei solonissimi signori che m’hanno dato addirittura dello sciacallo se non peggio, per esempio non sarebbero mai nate né scene memorabili come quella della morte del Perozzi in Amici Miei di Monicelli, con l’architetto Melandri che per l’amico morto d’infarto e rinnegato dalla moglie rompipalle e cornuta, avrebbe voluto la banda e le puttane al funerale. Né, ancor di più e osando l’inosabile, avremmo avuto “La vita è bella”. O no?

Lei è stato il primo pianista “classico” a firmare un contratto con Mediaset. Già nel 2008 era stato ospite di Lucignolo e Zelig. Poi, dal 2009 all’anno scorso ha tenuto la rubrica Pillole di Classica per Mattino Cinque. C’è spazio in tv, quindi, per la musica classica?
Certo che c’è. Il punto non è l’argomento, ma il modo di proporlo. Con Claudio Brachino abbiamo portato di mattina e su una rete generalista come Canale 5 brani anche di Schönberg e Berio. Solo che li abbiamo abbinati a notizie o immagini che in qualche modo riguardavano sia loro che la vita d’oggi. È stato un escamotage per farli passare, e ha avuto notevole successo. Ma sono sicuro se ne possano trovare altri. Vede, non è che siccome questi sono geni inarrivabili debbano per forza essere estranei al grande pubblico. La bellezza di un’opera d’arte arriva sempre, arriva a tutti. Non bisogna essere storici della pittura o pittori per restare senza fiato di fronte alla Cappella Sistina. E lo stesso vale per la musica classica. Il suo problema con la tv è solo il modo in cui ci va, non la sua sostanza.

Sul suo account di Twitter (@NazzarenoCarusi) dichiara tutto l’amore per la sua famiglia. Ci descrive il rapporto con loro?
(Carusi ride, ndr). La mia è quella che si chiama famiglia allargata. Sul serio, anche geograficamente. I miei figli sono due più uno. Francesco ha 7 anni ed Émilie 4, ora sono in Canada, ci vediamo più che posso e la loro mamma è Karine, con la quale ho un rapporto fondato sul nostro amore per loro. Riky invece, 11 anni, è il figlio della mia compagna, Barbara, ed è come se fosse anche mio (anche se lui, ovviamente, ha il suo papà che gli vuole un bene dell’anima). Quando siamo tutti e cinque ci dividiamo fra Ravenna, Celano e Avezzano, dove vivono mia madre e mia sorella con la sua famiglia. So che non siamo un esempio di normalità, ma se la vita prende strade inaspettate credo sia meglio un risultato tipo questo. L’anno scorso Riky ha fatto la Prima Comunione. Per sua fermissima volontà, l’abbiamo accompagnato la sua mamma, io, il suo papà e la sua compagna. La foto che ci ritrae è bellissima nella sua follia. Don Giorgio fu felicissimo. E le vie del Signore sono infinite. Vede, gliel’ho detto, la musica è vita. E io ho vissuto. Quasi 40 anni e molti errori (ora ne ho quasi 44) per arrivare alla felicità: Barbara, i miei tre figli e il pianoforte.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Ho visto che lei sarà uno dei pianisti dei prossimi Incontri Asolani, ci saranno anche Grigory Sokolov e Aldo Ciccolini…
Sì, sarò ad Asolo il 7 settembre con Sgarbi e dedicheremo il “Discorso a due” a Robert Browning e alla sua poesia, con musiche di Liszt, Chopin, Bach, Mozart e Rachmaninov. La prossima stagione continuerò anche il “Due per aria” con Fabrizio Bosso e riprenderò a suonare coi Solisti del Teatro alla Scala. Poi comincerò una nuova avventura col violinista Stefano Montanari e proporrò in diverse città un progetto mio per pianoforte solo, completamente nuovo, che s’intitola Movie Concert, un omaggio al cinema di Rossellini e Chaplin: le immagini di Roma città aperta e Paisà accompagneranno la Sonata in si minore di Chopin, quelle di Luci della città e Luci della ribalta la Sonata in si minore di Liszt. L’idea è nata in televisione, quando utilizzai anche immagini cinematografiche per commentare alcuni brani. In settembre era previsto anche il debutto di un mio programma televisivo su Mediaset, ma la crisi che morde e la necessaria riduzione dei costi aziendali ci hanno costretti a rinviarlo.Vede, chissà, forse la tv può far davvero bene a questa musica. Io sono felice di provare a darne una prova. Piccola, piccolissima, ma significativa. Spero capace di aprire una strada a chi verrà dopo di me. Perché se non pensiamo al domani dei nostri ragazzi, allora non c’è storia.

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