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Il partito comunista nel 1944 avrebbe appoggiato gli studenti di Hong Kong. Quando Mao invocava il «suffragio universale»

ottobre 22, 2014 Leone Grotti

«In un genuino sistema a suffragio universale, non solo il diritto di votare deve essere “universale” ed “equo”, ma anche il diritto di essere eletti deve esserlo». Queste frasi non sono state scritte in un articolo da Joshua Wong, leader studentesco della cosiddetta Rivoluzione degli ombrelli a Hong Kong, né dai capi del movimento di protesta contro Pechino Occupy Central. Ma dal partito comunista cinese.

SCEGLIE PECHINO. La lezione «sul diritto di voto» non viene dunque da chi da quasi un mese scende in piazza per chiedere alla Cina un vero suffragio universale e una vera democrazia, ma da chi ha negato ripetutamente questi diritti, iscritti nella Costituzione di Hong Kong, dopo aver promesso più volte di concederli. Se infatti non cambierà nulla, nel 2017 il capo dell’esecutivo di Hong Kong sarà ancora una volta scelto in via indiretta da Pechino.

CAMPIONI DI DEMOCRAZIA. Il partito che era di Mao Zedong e che oggi è guidato da Xi Jinping soffre dunque di schizofrenia? No, semplicemente l’articolo in questione è stato scritto nel 1944 sull’allora giornale rosso Xinhua Ribao, “Quotidiano della nuova Cina”. In quegli anni il partito comunista, fondato nel 1921, era in lotta con i nazionalisti del Kuomintang guidato da Chiang Kai-shek ed era in minoranza. I nazionalisti occupavano gran parte del paese e i comunisti cinesi volevano accreditarsi agli occhi del popolo come i campioni della democrazia.

DIRITTI LEGATI. Per questo scrivevano nell’editoriale del 2 febbraio 1944: «Il popolo non solo deve godere di un equo diritto di voto, deve anche avere un equo diritto di essere eletto. (…) Il diritto di voto, infatti, include già il diritto di essere eletto. Se quest’ultimo viene limitato, anche il diritto di voto è limitato». Quindi, conclude l’editoriale, se esiste una qualsiasi «precondizione» per le candidature a una elezione, allora il diritto di voto risulta «limitato» e non c’è un vero suffragio universale.

IL POTERE. Ironia della sorte. Nel momento in cui i cittadini di Hong Kong hanno chiesto di poter liberamente eleggere il proprio governatore, la Cina ha risposto picche: sarà Pechino a scegliere «due o tre» candidati, che dovranno obbligatoriamente «amare la Cina e Hong Kong». Tradotto: dovranno fare quello che vogliamo noi. Che cosa è cambiato nel partito comunista cinese dal 1944 a oggi? Una sola cosa: il potere. Nel 1949 Mao Zedong ha avuto la meglio sui nazionalisti e ha dichiarato la nascita della Repubblica popolare cinese. Da allora, a chiunque abbia chiesto più democrazia è stato risposto con i carri armati di piazza Tienanmen.

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