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«Hanno costretto mia moglie ad abortire al settimo mese». Non si ferma «l’olocausto cinese»

giugno 14, 2012 Leone Grotti

Il clamore è stato tale che la Commissione per la pianificazione familiare ha deciso di aprire un’indagine nella città di Zengjia, dove gli esponenti locali del Partito comunista cinese hanno obbligato una donna al settimo mese di gravidanza ad abortire. Non solo: dopo averle ucciso il figlio, hanno adagiato di fianco a lei il corpicino del feto. La madre si chiama Feng Jianmei (nella foto, dopo l’operazione), ha solo 22 anni ed è stato obbligata ad abortire il 2 giugno perché, insieme al marito, non ha rispettato la legge sul figlio unico, che obbliga le famiglie cinesi a non avere più di un figlio. Feng e il marito avevano già una bambina di cinque anni.

Dopo la diffusione delle foto di Feng insieme al figlio abortito su internet, gli utenti hanno reagito comparando la vicenda al «massacro di bambini e donne in Siria» e criticando apertamente la legge sul figlio unico, che dalla fine degli anni 70 permette solo alle famiglie rurali, in casi specifici, di avere un secondo figlio.

«Mia moglie sta male, è triste, stressata, a volte diventa confusa e piange per niente» ha dichiarato oggi Deng Jiyuan, marito di Feng, al South China Morning Post. «Non ero a casa quando hanno portato via mia moglie. Mi hanno convocato dopo per comunicarmi la multa che dovevo pagare per la contravvenzione alla regole. Avrei dovuto pagare 40 mila yuan (4.500 euro) ma è più di quello che guadagno in 4 anni di lavoro e non avevo tutti quei soldi». Deng racconta anche di come sua moglie sia stata incappucciata e portata all’ospedale di Zhenping, dove le hanno inflitto un duro colpo alla pancia, che ha ucciso il feto.

Il governo locale ha diffuso la notizia secondo cui la famiglia era d’accordo ad abortire, ma il marito ha negato ripetutamente questa versione. «Hanno preso mia moglie, l’hanno chiusa in una macchina e portata in ospedale. Hanno proibito alla mia famiglia di vederla. Siccome lei non voleva abortire, le hanno preso la mano e obbligata a imprimere la sua impronta digitale su un documento». Deng non ha ancora ricevuto risposte dal governo ma un avvocato di Pechino, Zhang Kai, ha assicurato che aiuterà la coppia a ottenere giustizia.

Il regime comunista cinese ha approvato la legge sul figlio unico per frenare la crescita demografica. Si calcola che così abbia impedito la nascita di oltre 400 milioni di bambini. Secondo una recente indagine, ha anche creato uno squilibrio tale tra maschi e femmine che 37 milioni di cinesi non potranno trovare una moglie. La dissidente Chai Ling, una dei capi del movimento di Tiananmen, esule negli Stati Uniti e convertita al cristianesimo, è impegnata nella lotta contro gli aborti forzati causati dalla legge del figlio unico. Più di un anno fa, durante un incontro di dissidenti davanti alla casa Bianca, Chai Ling affermò: «L’applicazione brutale e violenta della politica del figlio unico è il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto; è lo sventramento segreto e inumano di madri e figli; è il massacro di Tiananmen che si ripete ogni ora; è un olocausto infinito che va avanti da 30 anni».

Il regime insiste a dire che in Cina non avvengono più aborti forzati e sterilizzazioni come negli anni 70. Ma la vicenda dell’avvocato cieco Chen Guangcheng, perseguitato per anni per avere smascherato la crudeltà del regime contro le donne della sua contea, dimostra l’esatto contrario.

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