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L’hamburger di mucca sintetica? A Pozzolengo gli spezzano le corna, ve lo dico io

agosto 8, 2013 Tommaso Farina

È nato l’hamburger di laboratorio. O almeno, così ci è stato giurato nei giorni scorsi dai nostri media, come sempre solerti nel captare le notizie-bomba. Embè? Ce ne faremo una ragione. L’hamburger dalle cellule staminali della vacca, ci mancava pure questa. Come se non ci fossero già abbastanza artifici nell’industria alimentare (anzi, non solo in quella) e in ciò che mandiamo giù tutti i santi giorni.

Dovremo davvero trangugiarci perversamente l’hamburger posticcio? No, signori. Francamente preferiamo mangiare (con moderazione) carne “vera”, che in qualche modo risulti interessante, buona, salubre. Ovverossia, debitrice di una sensibilità particolare nell’allevamento degli animali, da cui parte tutto. Non cadiamo nell’equivoco propalato dal mondo industriale e da certi maestri di pensiero che si autoproclamano “realisti”, quando invece sono i primi ad avere una percezione piuttosto labile della realtà: non è vero che da una parte c’è la carne industriale e dall’altra questa nuova carne artificiale. La carne buona esiste ancora. Perfino in Italia. Certo, a molti fa comodo ignorarla. Minimizzarla. Tratteggiare un mondo che oltre ai supermercati e alla relativa, massificante offerta, preveda solo il nulla. Ebbene: non c’è il nulla. Il mordi e fuggi supermercatizio (o peggio) non è l’unico modello di consumo praticato.

C’è gente come la famiglia Castrini, che a Pozzolengo (Brescia) manda avanti le fattorie di famiglia (segnatevi questo nome: Centro Carni Colli Storici) con vacche romagnole e piemontesi le cui progenitrici arrivarono qui generazioni fa come animali da lavoro, e oggi si sono rivelate ricercatissime da carne. C’è la famiglia Gatti, che ad Albiate, ignoto paesino della Brianza profonda, quella delle fabbrichètte e dei cuménda impenitenti, tira su manzi piemontesi e bruni controllando tutta la filiera, dalla coltivazione dei mangimi alla vendita in loco. Pio Bove, si chiama quest’azienda. Non è uno scherzo. Un’ode carducciana alla mucca di una volta, quella da cui i Gatti traggono un’eccellente Bresaola, quella che perfino in Valtellina ormai quasi tutti realizzano con lo zebù brasiliano o uruguaiano.

Non ci facciamo prendere per il naso dalla pubblicità interessata, dalle superofferte tentatrici ormai sbarcate anche in tv. Teniamo ben ritte le antenne.

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2 Commenti

  1. Cisco scrive:

    A parte la pubblicità gratuita alle aziende di cui sopra, sarebbe interessante saperne di più di questa nuova invenzione e, soprattutto, sulle sue eventuali ricadute benefiche sugli affamati del pianeta, a meno che non co abbia già pensato la famiglia Gatti spedendogli container di ottima bresaola, magari a compaginata da una bottiglia di Valtellina Superiore.

    • Matteo scrive:

      Da quanto ho letto il primo hamburger e’ stato solo un “prototipo” con le uniche qualita’ di essere nutriente e non tossico. Non sono ancora riusciti a renderlo buono. Sembra che ci vorranno ancora 10 anni per perfezionare la tecnica al fine di renderlo uguale all'”originale” e soprattutto a basso costo. Per quella data sara’ possibile distribuire della carne a dei costi che possano permettere di sfamare molta piu’ gente di quanto facciamo ora.
      Per giunta con la terra inutilizzata dalle mandrie sara’ possibile aumentare la produzione vegetale, due vittorie in una.
      Questo non e’ che l’inizio di una nuova era della tecnologia basata sulla biologia, non bisogna averne paura, le cose cambiano da sempre. Anche perche’ una produzione artigianale di nicchia rimarra’ sempre.

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