Google+

Nell’epoca del «genocidio censurato» riscopriamo Gianna Beretta Molla che muore lieta per dare alla luce il figlio

maggio 27, 2013 Giovanni Fighera

Siamo bombardati in mille modi (dai film ai romanzi, dalle riviste agli articoli giornalistici) da messaggi che inneggiano all’edonismo sfrenato e ad un becero carpe diem. Se apriamo una pagina di internet il termine amore è, spesso, sostituito dalle parole «sesso», «piacere» e «tradimento». Piuttosto che del rapporto matrimoniale si preferisce parlare di convivenze, di rapporti momentanei e fuggevoli. Insomma, oggi è trasgressivo usare la parola «matrimonio». Oggi, allora, vorrei proporre una testimone che l’amore vero, quello fatto di premure semplici per il consorte e per i figli, della gioia e del dolore, della fatica e del sacrificio, è bello, esaltante, eroico e soprattutto desiderabile, perché ci rende più felici.

Il 16 maggio 2004, alla presenza del marito, dei figli e dei nipoti, Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato Gianna Beretta Molla per proporla a tutti noi come modello da imitare. In quel giorno «prendeva finalmente forma e concretezza il desiderio di tanti di vedere sugli altari donne ed uomini del laicato cattolico, donne ed uomini sposati e divenuti santi vivendo il sacramento dell’amore cristiano nel Signore» (Elio Guerriero).

Era morta il 28 aprile 1962 colei che è stata definita la santa del matrimonio e della quotidianità. Perché ha ancora senso proporre questa figura ai giovani e agli adulti di oggi? Le lettere di Gianna ci aiutano a capirne meglio le ragioni. Fitto e intenso è l’epistolario che Gianna scrive sia durante il fidanzamento durato tre anni (dal 1952 al 1955) che nei pochi anni di matrimonio (dal 1955 al 1962). «Le Lettere al marito di santa Gianna sono […] come una luce concessa in tempi difficili per riaffermare che il matrimonio è dono di grazia, è via di un uomo e una donna che con il loro amore danno espressione e visibilità all’amore bello e straordinario di Dio» (Elio Guerriero).

Nei mesi del fidanzamento ufficiale, dal febbraio 1955 al settembre 1955, le epistole sono tutte animate dal desiderio di rendere felice il futuro marito. Il 21 febbraio 1955 Gianna scrive: «Vorrei proprio farti felice ed essere quella che tu desideri: buona, comprensiva e pronta ai sacrifici che la vita ci chiederà. […] Ora ci sei tu, a cui già voglio bene ed intendo donarmi per formare una famiglia veramente cristiana». La gioia e il senso di gratitudine per il dono imprevisto che è stato l’incontro con il futuro marito Pietro si uniscono alla consapevolezza che tutti i suoi sforzi non basteranno a realizzare ciò. Questa coscienza si traduce in domanda e preghiera che Colui che ha avviato l’opera la porti a termine. La lettera di tre settimane più tardi è tutta animata da questo sentimento: «Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te! Ma non sono capace, supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene. Tu sei l’uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: «Sarò io degna di lui?». Sì, di te, Pietro, perché mi sento così un nulla, così capace di niente che, pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: «Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimediaci tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come Tu vuoi e penso che anche Pietro lo desideri». Va bene così, Pietro?».

Il 24 settembre 1955 Gianna e Pietro si sposano. Gianna è sempre più desiderosa di compiere la volontà di Dio nel matrimonio. Si rende conto delle proprie manchevolezze e chiede aiuto e correzioni al marito: «Pietro, se vedi che faccio qualcosa che non va bene, dimmelo, correggimi, hai capito? Te ne sarò sempre riconoscente». Umiltà e riconoscimento che l’altro ci è dato per camminare con e verso Cristo: sono questi due tratti fondamentali del matrimonio di Gianna, sostenuto sempre dalla preghiera e dalla offerta a Cristo. La letizia dell’animo di Gianna non è scevra di quel sano realismo cristiano che permette di guardare la realtà nella sua complessità partendo dall’esperienza di quanto accade, non esaltando tutto acriticamente, ma nel contempo non ripudiando ciò che può essere foriero di sacrifici, sofferenze o dolore.

Non è un atteggiamento improntato a masochismo, ma semplice e spontaneo dono di sé all’altro, alla presenza di quel Tu, Cristo, che li ha chiamati alla strada vocazionale del matrimonio, che è lì nell’unione sacramentale e che porterà a termine le opere avviate dai due sposi. Gli sposi ricevono «il Sacramento dell’Amore» e diventano «collaboratori di Dio nella creazione» dando «a Lui dei figli che Lo amino e Lo servano». Così, con gioia la coppia si apre al dono della vita nascente. Vengono alla luce Pierluigi, Mariolina, Laura. La quarta gravidanza sarà, però, accompagnata dalla notizia della malattia di Gianna. La presenza di un fibroma nell’utero costituisce un pericolo per la vita della madre. Solo l’aborto, in base alle conoscenze e competenze mediche dell’epoca, potrebbe rappresentare una salvaguardia per la sua vita.

Gianna decide di portare avanti la gravidanza, si fa asportare il fibroma, cosciente del grave rischio che la sutura praticata nell’utero possa cedere. Durante la degenza in ospedale per l’intervento scrive ai figli: «Carissimi miei tesori, papà vi porterà tanti tanti bei bacioni grossi, vorrei tanto poter venire anch’io, ma devo stare a letto, perché ho un po’ bibi. Fate i bravi, ubbidite alla Mariuccia e alla Savina […]. Vi ho qui nel cuore e vi penso ogni momento. Dite un’Ave Maria per me, così la Madonnina mi farà guarire presto, e potrò tornare a Courmayeur a riabbracciarvi e stare con voi». Il 20 aprile 1962 Gianna entra in ospedale dove viene sottoposta a taglio cesareo. Nasce Gianna Emanuela. Subentra, però, una peritonite. In una lenta agonia si consumano gli ultimi giorni in ospedale.

Il 28 aprile all’alba, in seguito a sua richiesta, viene riportata a casa, dove morirà alle 8 del mattino, accanto al marito e ai figli.

Ricevi le nostre notizie via email:

Leggi gli articoli sull'app:

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter per ricevere tutte le nostre notizie!
I commenti sono liberi. La redazione rimuoverà quelli offensivi.
La rassegna stampa di Tempi

Tempi Motori – a cura di Red Live

La show car a batteria al debutto al Salone di Parigi può contare su di un motore da 170 cv e un’autonomia di 600 km. È una hatchback compatta disponibile a guida autonoma e anticipa 30 futuri modelli elettrici Volkswagen. Una rivoluzione.

La nuova ammiraglia della Stella è lunga 6,5 metri, pesa oltre 5 tonnellate ed è caratterizzata da una blindatura in grado di resistere sia alle armi d’assalto sia agli esplosivi. Adotta da un V12 6.0 biturbo da 530 cv. Il prezzo? 1,4 milioni di euro.

Una sella road da 63 grammi per dimostrare dove la tecnologia può portare ma anche un modello specifico da endurance, che offre comfort e supporto extra, e uno dedicato ai biker più esigenti.

La concept giapponese anticipa il design dei futuri modelli Mitsubishi. È dotata di un powertrain ibrido plug-in con tre motori elettrici. Una soluzione che porta in dote la trazione integrale a gestione elettronica e un’autonomia di 120 km a zero emissioni.

La Casa tedesca dedica un inedito pacchetto high performance alla SUV Q3. A un aspetto decisamente aggressivo si accompagnano cerchi in lega da 19 pollici e sospensioni sportive S Line. Aggiornamenti per le versioni Sport, Design ed S Line Exterior.

banner Mailup
logo EA-Group
logo EA-Group
logo La nuova Bussola quotidiana