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Gennaio nel Monferrato

marzo 7, 2011

Monferrato, fine di Gennaio. Queste colline che d’estate sono un mare verde stanotte sono state colte da un incantesimo. La linea dolce dell’orizzonte si è annientata in un infinito nebbioso. E tutto è color ghiaccio, davanti alla finestra spalancata nel primo mattino. Neve indurita sui campi, e le vigne in fila, bianche di brina, irrigidite come truppe sull’attenti. Color del ghiaccio il cielo basso, e i riflessi delle pozzanghere sulla strada, che si romperanno, al tuo passo, con uno schianto secco di vetro. E i rami degli alberi, che a giugno, ti ricordi, si chinano pesanti di foglie larghe e ombrose, stamattina si alzano verso il cielo ossuti come scheletri, magri come mani tese di mendicanti. Questa notte, quando nessuno vedeva, la nebbia in un istante gli si è avvinghiata addosso: e ora sono candidi e lucenti (sembrano ricamati da una mano di vecchia strega sapiente).

 

Quale regina di Narnia è passata stanotte a pietrificare le mie colline? La terra risuona secca e dura sotto ai piedi. Il gelo ha reso tutto immobile. Solo le cornacchie volano ancora in questo universo gelato. Volano, vanno, ritornano, gracchiano e la loro risata si allarga nell’aria tagliente. (Che ridano di noi, della nostra silenziosa tristezza fra le colline pietrificate?). Tutto, davvero, in questa notte di colmo di inverno ha stretto la terra in una morsa. Tutto attorno è freddo, inerte, immoto: eco di un rigor mortis che avverti nelle ossa, e ti fa una sottile paura. Nel camino il fuoco finalmente prende la legna umida, la lambisce come la lingua di una fiera la preda. Crepitano nella fiamma i ceppi, scoppiano le scintille e fuggono veloci, su per la cappa scura. S’arroventano i tronchi fino a farsi incandescenti. Li stai a guardare e ti ipnotizza quella brace ardente, finché quasi non ti si chiudono gli occhi. È il fuoco, o
quel cielo di piombo che da fuori preme e si allarga, e ha cancellato l’orizzonte come
se tutto ciò che c’è attorno fosse solo un sogno? O forse quando la terra dorme, in fondo all’inverno, anche gli uomini dovrebbero dormire.

 

 

Siamo indisciplinati animali che non ubbidiscono ai saggi ritmi del letargo e del risveglio? Vegliamo, invece, in queste terre e città pallide, fredde, illividite, dove per giorni non si vede il sole. Facendo finta di niente. E tuttavia, nelle mattine come questa, non detta, censurata come assurda, una ridicola ansia nel cuore: ma questo gelo, questa morte, non saranno per sempre? Il caprifoglio sul cancello è una ragnatela incenerita, e la forsizia ha i rami ingemmati di brina. Fra due mesi sarà la prima a fiorire, gialla, radiosa; e il caprifoglio, a giugno, anche quest’anno lascerà
attorno a folate il suo dolcissimo carnale profumo. Il problema, dunque, è crederci. Credere in ciò che è promesso, ed è già, in germe, anche se non è ancora. Senza lasciarsi schiacciare dal cielo color ghiaccio. Crederci, senza ascoltare il ridere beffardo delle cornacchie, sui campi annichiliti.

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