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L’Elegia del Nobel Xiaobo per le madri di Tienanmen

Ancora non sappiamo quanti ragazzi sono morti il quattro giugno di ventiquattro anni fa nel massacro di Piazza Tian’an men. Per ricordare quei fatti proponiamo la lettura di un prezioso libro, uscito in questi giorni per i tipi di Lantana editore. Si tratta delle Elegie del Quattro giugno di Liu Xiaobo, premio Nobel per la Pace nel 2010, attualmente detenuto in qualche parte della Cina.

Nella postfazione del volume, firmata dal traduttore americano delle Elegie, Jeffrey Yang, si può ripercorrere la storia dell’autore, dalla giovinezza ad oggi: “Noi – scrive Liu Xiaobo – siamo cresciuti in una specie di rivoluzionario e sconvolgente slogan, con musica e canzoni. Nell’educazione comunista ortodossa che abbiamo ricevuto, non sapevamo nulla eccetto che della rivoluzione, della dedizione disinteressata nello spirito di ‘nessuna paura delle difficoltà, nessuna paura della morte’, dei concetti e della cultura di una fredda lotta di classe alla quale mancava qualunque senso dell’umanità, nulla eccetto il disprezzo verso gli altri e il linguaggio della violenza. Noi non abbiamo mai ricevuto un’educazione che fosse vicina alla vita e alle cose terrene, che rispettasse gli altri” (Il grassetto è nostro)

La moglie, Liu Xia, in un messaggio fatto pervenire a New York per un premio che, come il Nobel, né lei né il marito poterono ritirare, scrive: “Egli grida appassionatamente come un poeta ‘no, no’ ai dittatori. In privato, egli sussurra gentilmente alle anime morte del Quattro giugno, le quali, da quel giorno, non hanno avuto giustizia, così come a me e a tutti i suoi cari amici: ‘Sì, sì’.”

Le elegie, composte lungo due decenni, ad ogni anniversario, in libertà o in catene,  sono dedicate  “alle Madri di Tian’an men e a coloro che possono ricordare”.

Le Madri di Tian’an men è il nome di un gruppo di attiviste. fondato e diretto dalla professoressa Ding Zilin, che ha perso il figlio diciassettenne in quegli avvenimenti.

“Quella madre che aveva rinchiuso
i tuoi diciassette anni dentro casa
Quella madre che sotto la bandiera rossa a cinque stelle
ha visto spezzarsi la sua preziosa discendenza
si è riscossa davanti al tuo sguardo morente
Con il testamento dei diciassette anni
ha visitato tutte le tombe
e ogni volta che stava per cadere
i diciassette anni
la sorreggevano
le indicavano la strada
con il respiro di un’anima volata via

Superata l’età
superata la morte
diciassette anni
sono già eternità

Chi ha presente quei giorni ricorda soprattutto un’immagine:

Chi è, che per caso ha immortalato
il ragazzo davanti al cingolato
che scuoteva la mano e il braccio
commuovendo il mondo intero
Eppure, tranne il cannone del cingolato
nessuno ha mai visto bene il suo viso
Il suo nome
non lo sa nessuno
E dopo e dopo?
È scomparso senza lasciar traccia
Il mondo che aveva sparso le sue lacrime per lui
non ha nessuna voglia di andare a cercarlo

Il settimanale Il Sabato propose ai suoi lettori un manifesto in cui era raffigurata la scena, accompagnata da queste parole:
«Un uomo da solo può fermare la storia. Può spostare le montagne. Il Sabato rende omaggio a quest’uomo che ognuno di noi ha dentro di sé».

Un richiamo ideale, un compito.

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