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Edward Weston, un fotografo alla ricerca della quintessenza delle cose

settembre 3, 2012 Mariapia Bruno

Parola d’ordine: purezza. È questa che Edward Weston (Highland Park, Illinois, 1886 – Wildcat Hill, California, 1958) ha ricercato negli scatti che lo hanno reso uno dei fotografi più famosi del Novecento. Nudi, paesaggi, ritratti, volti e oggetti divenuti icone surrealiste e postmoderne, paragonati spesso alle sublimi arti della pittura e della scultura. Nessuna eccentricità, ma solo il fascino dell’eleganza innata delle cose, la forza naturale della loro vera  essenza, che il fotografo americano è riuscito a cogliere in più di cinquant’anni di carriera. Inizia a fotografare il mondo a sedici anni, studia all’Illinois College of Photography e una volta trasferito in California apre il suo primo studio fotografico nella città di Tropico. Ma la svolta avviene nel 1922 quando, dopo un viaggio in Ohio, scatta una serie di foto a oggetti industriali ed elementi organici che cambieranno la sua carriera. «La macchina fotografica – sosteneva – deve essere usata per registrare la vita e per rendere la vera sostanza, la quintessenza delle cose in sé, sia si tratti di acciaio lucido o di carne palpitante».

Sono proprio le immagini scattate a partire da questo momento e fino agli anni ’40 il filo portante della mostra Edward Weston. Una retrospettiva, che dal prossimo 14 settembre e fino al 9 dicembre 2012 sarà visibile presso l’Ex Ospedale di Sant’Agostino di Modena. Presenti tra le 110 opere fotografiche alcuni dei suoi più celebri bianchi e neri, provenienti in maggior parte dal Center for Creative Photography di Tucson che conserva il più grande archivio dell’autore. Tra uno sguardo, una sagoma e un giocattolo ecco che si viene a scoprire l’incessante lavoro di indagine di Weston sul mezzo fotografico, la sua passione per i meccanismi intrinsechi dell’apparecchio. «Se non riesco a ottenere un negativo tecnicamente perfetto, il valore emotivo o intellettuale della fotografia per me è quasi nullo» diceva l’artista che anche malato di Parkinson non si stancava mai di revisionare e selezionare i suoi scatti, supervisionando con estremo trasporto le nuove stampe realizzate dai figli Brett e Cole.

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