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L’educazione dei bambini e l’importanza di esserci fisicamente

maggio 29, 2015 Aldo Trento

padre-aldo-trento-bambini-messaPubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Arriva il padre, arriva il padre!», grida il piccolo Marco quando mi vede entrare dal portone della casa numero due, dove abitano i figli la cui età va da alcune settimane di vita fino ai tre anni. Il grido di Marco diventa un coro. Tutti lasciano i giochi e corrono verso di me. È una festa. Vogliono sentirsi abbracciati e baciati. Sono profondamente commosso mentre mi tirano da ogni lato. Tutto accade in cinque minuti perché poi, tenendomi per mano, mi accompagnano a vedere i loro giochi. Vorrebbero che anch’io giocassi con loro, mi sedessi per terra, per far correre le macchinine o i camioncini di plastica. Così mi siedo su una sedia e mi diverto con loro. Sono felici perché l’importante è che io sia con loro.

Com’è vero che educare è un’appartenenza! Per loro rappresento una sicurezza, quella sicurezza di cui tutti abbiamo bisogno. Dopo qualche momento passato con i più grandicelli, vado nella sala dove i più piccolini stanno aspettando la pappa. Come mi vedono sgranano i loro bellissimi occhi neri. Sono tutti nel passeggino e alcuni, per la gioia, lo fanno traballare muovendo a pieno ritmo gambe e braccia. Le loro manine si dirigono verso di me, facendomi capire in modo chiaro che vogliono essere presi in braccio: la vita è una appartenenza fisica e non virtuale.

Ancora una volta tocco con mano l’importanza del contatto fisico nella crescita di un bambino. Una verità che s’impone anche quando vado nella casa dove vivono le adolescenti. La realtà di queste ragazze è problematica, molte sono vittime di abusi sessuali, spesso sono incinte, altre volte hanno appena partorito. Una di esse, di soli dodici anni, ha messo al mondo un bellissimo bambino.

Ogni volta che accade un fatto di questo tipo mi vengono in mente le parole di una canzone di Fabrizio De André: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». Con loro condivido il pranzo della domenica, e finché non arrivo nessuno tocca un boccone. Spesso devono aspettare che torni dalla fattoria dove mi reco per celebrare la Messa per gli ammalati di Aids e per alcuni anziani soli che la polizia ha raccolto dalla strada. Il pranzo dura un’ora. Preparano bene la tavola con la tovaglia, i tovaglioli di tela ed i bicchieri di vetro. Approfitto dell’occasione per chiedere come hanno vissuto la settimana, quali problemi hanno incontrato, quali difficoltà a scuola e fra di loro. E così nasce un dialogo semplice ed efficace. Se poi qualcuna ha un problema personale, che non desidera condividere con le altre si avvicina chiedendomi di parlare in privato.

Altra iniziativa educativa è quella di insegnare a essere ordinate. Lo facciamo controllando gli armadi: c’è sempre qualcuna che nasconde confusione. Ma la correzione non è mai un rimprovero, ma un mostrare che c’è un modo più bello di vivere. Il cristianesimo si trasmette mostrando che c’è un modo più bello di vivere.

Non si può morire soli
Un altro momento molto bello è quello del dopocena, quando ci troviamo per cantare insieme. Vedo in loro una grande esigenza di amicizia e di appartenenza che trova nella mia persona un punto di riferimento fondamentale. Ora mi è chiaro quello che diceva don Giussani, e cioè che l’autorità nasce come una ricchezza di esperienza che si impone e genera novità, stupore e rispetto. Lo stare con loro è per me una continua provocazione: io a chi appartengo? Perché è solo dentro la mia appartenenza a dei volti che il mio rapporto con loro è pieno di luce; una luce che illumina il cammino di questi figli, che Dio mi dona e di cui dovrò rendere conto quando mi chiamerà a sé.

Certamente non mancano difficoltà e problemi di ogni tipo dovuti alle violenze sofferte. Mi aiuta stare con i miei occhi davanti al Mistero che si fa presente nella Eucarestia. Tutti i giorni Dio mi richiama a farmi piccolo con i piccoli, a Lui chiedo che mi doni un cuore di bambino, per saper ascoltare e leggere nei loro volti quel bisogno enorme di affetto. Anche in clinica i malati hanno la stessa esigenza: ogni volta che vedo uno che sta male e percepisce che la morte è vicina, noto che l’unica cosa che cerca è qualcuno che gli tenga la mano, gli dia una carezza, perché non c’è cosa peggiore che morire soli.

paldo.trento@gmail.com


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