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Ecco qui un tema da scuole serali: la verità, la bontà, la bellezza (con due conseguenze per l’Italia e la Chiesa)

Ecco qui un tema da scuole serali.

Nel suo incontro con i rappresentanti dell’informazione papa Francesco, a un certo punto, ha detto che la professione del giornalista comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza. Queste tre parole non rappresentano i termini interscambiabili di un trinomio indifferente e scontato, tre sinonimi di una cantilena recitata a memoria. Al contrario, ha proseguito il Pontefice, la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza ‘in persona’.

Un caro amico, già medico e quasi ortopedico, per quanto ora impegnato in una ben più impegnativa prospettiva, ci fa notare che queste tre parole ambiscono ad essere la definizione stessa di Dio, che è, appunto, pathos, ethos e logos, e aggiunge, sulla scorta di H.U von Balthasar, che questi cosiddetti trascendentali sono inestricabili: Dio, infatti, appare come bello (estetica), si dona come buono (etica) e si dice come vero (logica), e questo dice che la verità è il realizzarsi del bell’amore. Il Papa, quando riferisce questi termini a una persona, fa notare che non si tratta di quello che noi pensiamo circa Dio, ma di ciò che noi conosciamo come Dio, facendone esperienza.

Che succede quando si infrange questa unità? Quando si cerca di dividere verità da amore, o etica da verità e così via? Si ottiene una aberrazione che pretende di essere Dio. Essa può assumere fisionomie che ben conosciamo: la dittatura del desiderio, il sentimentalismo, il giustizialismo forcaiolo, il razionalismo dottrinalista, il moralismo volontarista, il narcisismo, e via di questo passo. Insomma, l’esasperata affermazione di sé.

Come scriveva Camus, incontrare la morale senza incontrare l’amore è lo strazio.

Perdonate questa goffa esposizione teologica, ma ci pare che essa aiuti a capire due cose.

La prima è la situazione, non soltanto politica, in cui versa il nostro Paese. Sergio Romano, qualche giorno fa, la indicava come balcanizzazione dell’Italia. Ecco le sue parole:

I partiti e persino le istituzioni (fra cui la stessa magistratura) non hanno altro orizzonte fuorché quello della propria sopravvivenza, della propria identità, della difesa delle proprie prerogative. Conosciamo bene i nostri mali: spese inutili, un Parlamento pletorico, una classe politica avida, una burocrazia e una giustizia paralizzanti, un gettito fiscale che non giova alla crescita perché serve in buona parte a pagare i debiti del Paese. Ma ogniqualvolta un governo cerca di prendere il toro per le corna, quasi tutti vedono nelle riforme soltanto il danno che potrebbe derivarne per la famiglia politica o sindacale a cui appartengono. Come nella penisola balcanica all’inizio degli anni Novanta, il desiderio di sfogare la propria rabbia e punire il «nemico» prevale su qualsiasi altra riflessione.

La conclusione dell’ambasciatore di fronte a questa guerra di tutti contro tutti, dove tanto peggio è tanto meglio, è amara ed allarmante: Come nei Balcani, durante il decennio degli anni Novanta, si è perduto, a quanto sembra, il sentimento di un destino comune.

Qui si introduce la seconda questione: qual è il posto dei cristiani in tutto questo? Intendiamo dire il posto della comunità dei cristiani, della Chiesa?

La nota definizione di Paolo VI, la Chiesa come entità etnica sui generis, mentre conferisce al popolo cristiano un’origine irriducibile a carne e sangue, lo colloca a pieno titolo dentro il travaglio del mondo.

Due pensieri del cardinale Newman ci offrono, su questi temi, spunti di lavoro preziosi:

“Strettamente parlando, la Chiesa cristiana, come società visibile, è necessariamente una potenza politica o un partito. Può essere un partito trionfante o perseguitato, ma deve sempre avere le caratteristiche di un partito che ha priorità nell’esistere rispetto alle istituzioni civili che lo circondano e che è dotato, per il suo latente carattere divino, di enorme forza ed influenza fino alla fine dei tempi”. (Gli Ariani del IV secolo)

E ancora:

“Dal momento che è diffusa l’errata opinione che i cristiani, e specialmente il clero, in quanto tale, non abbiano nessuna relazione con gli affari temporali, è opportuno cogliere ogni occasione per negare formalmente tale posizione e per domandarne prove. È vero invece che la Chiesa è stata strutturata al fine specifico di occuparsi o (come direbbero i non credenti) di immischiarsi del mondo. I membri di essa non fanno altro che il proprio dovere quando si associano tra di loro, e quando tale coesione interna viene usata per combattere all’esterno lo spirito del male, nelle corti dei re o tra le varie moltitudini. E se essi non possono ottenere di più, possono, almeno, soffrire per la Verità e tenerne desto il ricordo, infliggendo agli uomini il compito di perseguitarli”. (Conseguenze del concilio di Nicea)

Sono, i nostri, solo spunti offerti a chi più sa perché ci possa aiutare ad avere più consapevolezza, non tanto della politica o dell’economia, ma di quello che siamo chiamati a essere come cristiani in questo frangente storico, che è anche politico, economico e cento altre cose ancora.

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