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Ecco la vera ragione della nostra speranza

dicembre 27, 2015 Giovanni Fighera

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Tutto congiura a tacere di questa buona novella.

In coda per gli ultimi acquisti sento questa frase che mi ha molto colpito: «Meno male che il Natale arriva una volta soltanto!». Presi dall’affanno dei regali e delle spese per il pranzo, molte facce in mezzo alla folla comunicano il medesimo messaggio. Il Natale arriva in mezzo alla gente come corsa al consumo nella speranza di acquistare il prodotto giusto per l’amico o il conoscente. Non c’è quasi più il tempo per fermarsi a riflettere sulla straordinaria novità che entra nel mondo oggi, per me e per tutti gli uomini, nessuno escluso.

Perfino laddove si dovrebbe parlare di Lui, il Salvatore del mondo, si cerca in ogni modo di ridurLo ad una misura umana, di eliminare il Mistero per sostituirLo con leggende o con valori.

Lontana da Cristo, una volta eliminato il presepe o il crocifisso in nome di una finta tolleranza o accoglienza delle altre culture, la cultura contemporanea è convinta di essersi affrancata dalla superstizione e da una vetusta tradizione che oggi non avrebbe più nulla da dire. L’uomo, in realtà, così non progredisce, ma ritorna all’epoca politeista, all’idolatria di dei che hanno soltanto modificato il nome, ma non la sostanza.

La vera ragione della nostra speranza

Occorre ritornare alla semplicità dei bambini che, di fronte alla domanda su cosa sia il Natale, con grande spontaneità rispondono: la nascita di Gesù. Come tutto congiura a tacere della nascita di Gesù, così tutto vuole tacere della novità che ha investito il mondo con il suo avvento e che ha investito tutti gli ambiti della vita, quello materiale e quello spirituale, il campo economico, quello culturale e quello più prettamente artistico. La stessa concezione di sé che aveva l’uomo è mutata. Oggi giorno, è venuta meno la consapevolezza che la radice profonda dei valori, della ricchezza, dello splendore della nostra civiltà risiede nel cristianesimo, ovvero in Cristo, manca il sentimento di gratitudine per Colui che è il vero protagonista della storia. In Cristo la verità si è mostrata apertamente e si è rivelata come carità, «carità nella verità», come recita l’enciclica di Benedetto XVI. Questo evento ha spezzato in due la storia. Cristo ha fatto «nuove tutte le cose». Da allora niente è più lo stesso.

Come ha scritto Papa Francesco: «La ragione della nostra speranza è questa: Dio è con noi. Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente. La presenza di Dio in mezzo all’umanità non si è attuata in un mondo ideale, idilliaco, ma in questo mondo reale. Egli ha scelto di abitare la nostra storia così com’è, con tutto il peso dei suoi limiti e dei suoi drammi, per risollevarci dalla polvere delle nostre miserie, delle nostre difficoltà» (Papa Francesco, Udienza generale, 18 dicembre 2013).

Ungaretti, Quasimodo e Saba al cospetto della nascita di Gesù

Il silenzio sulla nascita di Gesù è, in realtà, una falsità odierna, una mistificazione. Gesù ha da sempre diviso e divide, ha da sempre attirato su di sé la simpatia umana o l’odio. L’indifferenza è solo di chi non guarda.

Tutti i grandi poeti del Novecento si sono confrontati con l’avvenimento cristiano della nascita di Gesù, anche se a scuola poesie al riguardo spesso non solo non vengono studiate, ma neppure citate. Non ricordo di aver studiato al liceo o all’università neppure una poesia dedicata al Natale. Devo ritornare con la memoria agli anni delle elementari, quando ai maestri piace tanto raccontare le storie. Iniziava così la poesia: «-Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!/ Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei». Il testo si intitola «La notte santa». L’autore è Guido Gozzano.

Tra i grandi del Novecento che si pongono davanti all’evento del Natale ho scelto tre poeti quasi contemporanei: Ungaretti, Quasimodo, Saba.
Partito volontario per la grande guerra, Ungaretti (1888-1970) la affronta come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D’Annunzio, ma nell’esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese. Lì, scrive poesie dedicate all’esperienza della guerra che confluiranno nella sua prima raccolta Il porto sepolto (1916) pubblicata grazie all’amico Ettore Serra. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario). Nello stesso anno (1916) Ungaretti scrive «Natale»: «Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade/ Ho tanta/ Stanchezza/ sulle spalle// Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata// Qui/non si sente/ altro/ che il caldo buono// Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare». La scrittura di Ungaretti è orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell’abolizione della punteggiatura, dell’espressione lapidaria, dell’uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Il verso, reso sempre più essenziale, si riduce talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che nascondano l’evidenza della realtà.

Batte in questi versi il cuore di un uomo che prova arsura e vuole essere colmato, quello stesso cuore che sempre nel 1916 trabocca di domanda: «Ha bisogno di qualche ristoro/ il mio buio cuore disperso» («Perché?»). Il poeta troverà risposta alcuni anni dopo, nel 1928, quando si recherà nel monastero di Subiaco con un amico. Ivi si compirà il suo cammino di conversione. Allora Ungaretti potrà finalmente scrivere: «Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è pura bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile».

Umberto Saba (1883-1957) è animato da una religiosità di stampo panteistico, da un riconoscimento della presenza del divino nelle piccole cose e nelle umili creature, come nella poesia «La città vecchia». Ivi il poeta è catturato dall’umanità che incontra, la «prostituta e marinaio, il vecchio/che bestemmia, la femmina che bega,/il dragone che siede alla bottega/del friggitore,/la tumultuante giovane impazzita/d’amore». Saba scopre in loro la presenza dell’Infinito e del Signore, vi intravede le sue stesse domande, i suoi bisogni, il suo desiderio di Infinito. Il suo pensiero si fa «più puro» quanto più bassa ed emarginata è quell’umanità non inquadrabile nel perbenismo benpensante e borghese. Il poeta trasfonde lo stesso tipo di religiosità anche nel componimento «A Gesù Bambino»: «La notte è scesa/ e brilla la cometa/ che ha segnato il cammino./ Sono davanti a Te, Santo Bambino!// Tu, Re dell’universo,/ ci hai insegnato/ che tutte le creature sono uguali,/ che le distingue solo la bontà,/ tesoro immenso,/ dato al povero e al ricco.// Gesù, fa’ ch’io sia buono,/ che in cuore non abbia che dolcezza./ Fa’ che il tuo dono/ s’accresca in me ogni giorno/ e intorno lo diffonda,/ nel Tuo nome». Gesù è qui apostrofato come Re dell’universo, un dono che ci rende responsabili e missionari, come i primi apostoli. Il giudizio che tutte le creature sono uguali è lo stesso che trapela dalla poesia «A mia moglie», ove il poeta esalta le virtù semplici della donna, paragonandola a «tutte/le femmine di tutti/i sereni animali/che avvicinano a Dio» e a «nessun’altra donna». La vita di Saba è stata una continua ricerca mossa dall’ardore di conoscere come il poeta racconta nell’«Ulisse» che conclude il gruppo «Mediterranee» scritto tra il 1945 e il 1946. Quel desiderio di appartenenza, sempre cercato e, al contempo, sfuggito, non troverà soluzione né in una donna (la moglie) né in una città (Trieste). Solo qualcosa di infinitamente più grande avrebbe potuto colmare la sua ansia di compimento e di pienezza. Forse traccia di un approdo o di una rotta più chiara si hanno nella conversione di Saba al cattolicesimo avvenuta negli ultimi anni di vita, conclusasi nel 1957, poco dopo la morte della tanto amata moglie.

Salvatore Quasimodo (1901-1969), così attento alle vicende del suo tempo, alla guerra e alla violenza che imperversa nel mondo, in «Uomo del mio tempo» vede gli odierni abitanti della Terra simili a Caino, all’uomo che ha ucciso il proprio fratello. Anche nel «Natale» scrive: «Non v’è pace nel cuore dell’uomo./ Anche con Cristo e sono venti secoli/ il fratello si scaglia sul fratello». La morte di Cristo si ripete ogni giorno. Quella pace che Quasimodo vede nel presepe è invocata anche nella vita di tutti i giorni, non è la pace dell’uomo, senza giustizia e senza amore, ma è la «Pace nel cuore di Cristo in eterno». Un Premio Nobel, un intellettuale impegnato politicamente, iscritto al partito Comunista, un poeta che ha demistificato le fanfare e gli entusiasmi della guerra e ha messo in luce le contraddizioni della modernità e della tecnologia coglie che l’evento principale che è avvenuto nella storia dell’uomo è la nascita di Gesù. Da allora nulla può più essere come prima. Si chiede, però, il poeta: «Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino/ che morirà poi in croce fra due ladri?». Il «Natale» di Quasimodo prefigura già la passione, quella stessa che a causa nostra si verifica di nuovo, sempre, nella vita quotidiana, come in quel «Figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo» incontro al quale corre la madre («Alle fronde dei salici»).


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