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Vedere E.T. coi figli: siamo tutti un po’ alieni, in attesa del meraviglioso

settembre 16, 2013 Eva Anelli

Non scriverò del primo giorno di scuola della primogenita, perché non sono così brava; perché su tuitter e feisbuc i non-genitori minacciano uno sciopero generale che bloccherà tutte le metropoli mondiali se sentiranno ancora un simile rendiconto – e un po’ li si capisce, su – e io non mi voglio prendere questa responsabilità; e perché il primo giorno di scuola della primogenita ancora non c’è stato, perché stanno rifacendo il tetto della scuola e per evitare che cadesse qualche tegola in testa ai bimbi è stato rimandato l’inizio a lunedì 16, mentre giovedì 12, venerdì 13 e sabato 14 la dirigente scolastica (nominata tale tipo da 48 ore – che culo), il sindaco, un pool di personaggi misti tra tecnici, ASL e genitori sull’orlo di una crisi di nervi hanno alacremente discusso sul da farsi.

Quindi, scriverò di un’esperienza che mi ha portato via con la testa da tutto questo sturm und drang che ha squassato il paese e insieme mi ci ha ancorata, alla realtà, con una di quelle cose per cui secondo me vale la pena vivere: il cinema.

Stasera per la prima volta nella loro vita i miei figli hanno visto E.T. – L’extraterrestre (1982).

Non sono tanto abituati a vedere film con attori in carne ed ossa, vedono per lo più film d’animazione, finora con gli attori “veri” avevano visto “solo” I Goonies (anche lì lo zampino di Spielberg, come produttore), quindi ci mettono un po’ a mettere a fuoco le cose, la trama, i personaggi; mi ritrovo a fare un po’ da cicerona. Ma presto le mie “spiegazioni” (del film si capisce tutto, anche per una 6enne e un quasi 5enne – il quasi 2enne faceva solo da disturbatore, passeggiando per il tavolo e buttando all’aria tutto) sono sostituite dalle loro osservazioni e domande.

All’inizio la primogenita quando vede la famiglia di E.T. sbarcare dalla navicella spaziale, con quei versi rochi, quella sagoma misteriosa, quelle lunghe dita marroncine, si spaventa, si volta dall’altra parte e ci rinuncia (quando anche Gertie, la sorellina del protagonista Elliott – interpretata da un’irresistibile e piccolissima Drew Barrymore, uno dei tanti punti forti del film -, conoscerà E.T. e non ne avrà timore e lo travestirà da femmina, con la parrucca bionda e i gioielli, allora si riavvicinerà più coraggiosamente allo schermo per non staccarsene più). Il secondogenito resiste, ma all’inizio a fatica: si alza dalla sedia, sta per scappare in corridoio, solo la curiosità di scoprire cosa succederà lo trattiene. Poi la scena paurosissima (Spielberg maestro nell’impaurire senza mostrare: pensate a quelle due note ne Lo squalo) in cui Elliott butta la palla da baseball nella rimessa in giardino e quella torna indietro: qualcuno c’è! E le mie rassicurazioni su quel che sta per accadere: «Sentirete che sia E.T. che Elliott grideranno quando si vedranno per la prima volta, ma è solo perché entrambi hanno paura, non succede nulla di male, poi diventano amici» (spoilerare vale solo con i bambini, eh). Poi il loro primo incontro “tranquillo”, senza urli: la mano bitorzoluta si allunga verso il bimbo e gli lascia le M&M’s disseminate per attirarlo sulla coperta con cui quello si era coperto, seduto davanti alla rimessa di notte aspettando che qualcosa succedesse. I figli rilassano la colonna vertebrale: è un buono, è uno di noi – restituisce pure le M&M’s! E poi quella strana sintonia da spiegare: uno ha sonno e ce l’ha anche l’altro, uno è ubriaco e lo è anche l’altro… Rivederlo coi figli e “spiegarlo a loro” mi fa riandare a certe bellezze del film, come questa, questo essere amici al punto che tu sei me e viceversa. Mentre gli “adulti” continuano a cercare E.T. per applicargli addosso lo schema che hanno in mente («sei un alieno, dobbiamo studiarti, analizzarti…»), Elliott lo accoglie in casa sua, gli dà ciò di cui ha bisogno (cibo), gli parla di sé, cioè del suo mondo, ovvero degli oggetti nella sua cameretta: «Questa è la Coca-Cola, la beviamo; questo è il pesce, mangia il mangime per i pesci e a lui lo mangia lo squalo, ma nessuno mangia lo squalo; e questi sono giocattoli, possono anche lottare tra di loro: pshhh!! Booom!!». Si prendono le misure, letteralmente: «16 kg?? Ma sei grassissimo! E quanto sarai alto? Io un metro e trenta, tu…» ed E.T., con impennata d’orgoglio, alza per a prima volta il lungo collo e supera in altezza Elliott.

I figli – soprattutto quel gaglioffo del secondogenito – ridono agli stratagemmi del bambino che al telefono con la madre vuol tagliar corto e fa finta di vomitare e fa versi e versa la Coca sulla cornetta. Il rapporto tra E.T. ed Elliott cambia anche i rapporti tra il bimbo e suo fratello maggiore: è il primo a cui Elliott mostra E.T. e da allora Michael gli crederà, non lo prenderà più in giro, anzi, lo seguirà, l’autorevolezza di Elliott si imporrà su lui naturalmente. Il confronto Gertie-E.T. – lei ancora più immediata e sincera, in quanto più piccola, dei fratelli: quella roba non la conosco e mi fa paura quindi strillo come una pazza, poi mi fido dei miei fratelli e constato di persona che è buono, quindi mi ci affeziono e chiedo di lui, lo conosco: «È maschio o femmina? Ma non aveva neanche un vestitino?» – uno dei più belli e simpatici del cinema, scioglie definitivamente i figli, soprattutto la primogenita: è il tipico e mai banale esempio di “gran film” inframmezzato da molti momenti così, genuinamente comici, e che finisce inderogabilmente, anche alla millesima visione, nelle lacrime. I tre fratelli, tutti calmatisi e fatte le presentazioni, rimangono zitti e stupiti di fronte all’alieno per qualche secondo, come i tre Re Magi davanti al Bimbo; e così i due bambocci di fronte allo schermo: una sospensione della realtà che scivola nell’immedesimazione.

Arriva la scena delle rane, un po’ onirica, un po’ omaggio al cinema nel cinema (la scena che E.T. guarda in tv e che Elliott replica nella realtà baciando la biondina – futura bagnina Shauni di Baywatch! – è tratta da Un uomo tranquillo di John Ford con John Wayne e Maureen O’Hara) che rafforza l’idea di unione tra bimbo e alieno (ai figli un po’ sfugge questo concetto, ma tanto nella loro vita rivedranno questo film altre mille volte, spero, c’è tempo per gli approfondimenti). E.T. si ambienta sempre più, impara persino a parlare: l’amicizia come veicolo di conoscenza. Ma vuol tornare a casa sua, dai suoi genitori («Perché?» chiedono i figli, ora che alla presenza di quell’affare tra gli umani si sono abituati – «Comunque è brutto e non mi piace lui com’è fatto, anche se il film lo guardo» precisa la primogenita).
Si sono già affezionati, lo so, anche loro piangeranno quando si abbasserà il ponte della navicella spaziale tornata a riprenderlo. Una mancanza, quella di E.T., che l’alieno sente più struggente alla scena della mamma che legge la fiaba di Peter Pan a Gertie (a questa fiaba Speilberg ci è proprio affezionato visto che anni dopo ne girerà un versione cinematografica); scena sottolineata da un bellissimo gioco di ombre (ombre come rimando ad altro che caratterizzano tutto il film).

Conseguenza: il secondogenito, nonostante da tempo abbia abbandonato (forse troppo presto) quell’abitudine, prima che vadano a letto chiede: «Stasera ci leggi la favola?». Arriva Halloween, i figli sono colpiti dalla sensibilità di E.T. che vede Michael travestito da “uno che ha un coltello nella testa” e cerca di curargli la presuma ferita. Durante la pausa-cena, consumata in fretta per tornare a vedere l’ultima tranche di film, è chiaro che questa cosa che E.T. guarisce le ferite ha colpito molto il secondogenito che la racconta, a modo suo, al padre: «Lui, col suo dito ALLUMINATO (=illuminato, ndr) guarisce il taglio del bambino…».

Gli ultimi 40 minuti corrono veloci: tra le corse in bicicletta prima di Michael che cerca E.T. rimasto nel bosco e ritrovato in pessime condizioni perché evidentemente l’aria di casa nostra non gli giova (ed è già allarme negli occhi dei figli: «Ma sta morendo?», quasi mettendosi a piangere, con pena nel vedere l’alieno così ridotto) e più tardi quella storica dell’intero gruppo di ragazzini che cerca di portare in salvo E.T. e, per extraterrestre magia, si sgancia definitivamente dalla polizia alle loro calcagna volando (subito la Material Girl alla visione di quel che dall’alto vedono i ragazzini: «Quante piscine!»); passando per il toccante momento di Elliott ed E.T., stesi fianco a fianco nella casa ormai scoperta dai poliziotti e dagli scienziati e subito avviluppata in un telo trasparente che la rende provvisoriamente laboratorio, e che si dichiarano amicizia eterna. Ed E.T., ormai tutto secco e bianco, e già inserito in una pseudo-bara, torna alla vita dopo le parole, bellissime, di Elliott: «Mi dispiace così tanto… Devi essere morto perché io non so che cosa sentire. Non riesco a sentire più niente ormai. Stai andando da qualche altra parte adesso. Crederò in te per tutta la mia vita, ogni giorno. E.T., io ti voglio bene». E da lì rifioriscono i fiori, eccetera eccetera. E i ragazzini lo fanno uscire alla chetichella dalla casa-laboratorio fino al bosco, con la volata in bicicletta (non mi ricordavo quel che può suscitare in un bambino la vista di quella scena: sorpresa, felicità, gioia pura), dove lo vengono a riprendere i “suoi” e lui saluta tutti e in particolare Elliott: «Io sarà sempre qui». La nostra amicizia è eterna. E i lucciconi sugli occhi dei figli son spuntati (le mie guance invece meno dignitosamente rigate da copiose lacrime, ma vabbé).

Ho pensato: quale bambino non vorrebbe vivere l’esperienza di un’amicizia unica, di un’esperienza unica, tutta sua, speciale per sé, capitata a lui personalmente, di quelle che ci penserai e te ne ricorderai per tutta la vita? Chi non vorrebbe questo? Quando guardiamo le stelle e pensiamo all’E.T. di turno o alla spesa da fare, quando guardiamo i figli – un po’ alieni pure loro, nel senso di altro da noi e nel senso di a volte imperscrutabili, quando mettiamo piede in una stanza piena di “alieni” di questo pianeta – colleghi, amici o presunti tali, persino i parenti; quando cioè ci impattiamo con la realtà, che è tutta altro-da-noi, non desideriamo forse altro che essere investiti dal meraviglioso?

Vedere un capolavoro te lo risveglia nel cuore, questo desiderio; vederlo riflesso negli occhi dei figli ti ricorda che è per quello che sei al mondo.

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2 Commenti

  1. Maddalena scrive:

    Quando arrivano i tuoi post bisogna mettersi comodi e prendersi il giusto tempo per leggerli tutti, mica pizza e fichi!! I vantaggi del web, niente battutaggi limitati…

    Anche noi ci piace un sacco vedere bei film tutti insieme, l’ultimo entrato nei preferiti è, stranamente (di solito anche noi preferiamo i classici), uno recente “Epic”, che mi dici, a te è piaciuto?

    PS: grazie che non hai scritto dell’inizio della scuola, non-se-ne-può-più!

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