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E ora vogliono esiliare anche la Commedia. Reagiamo. Anche in Persia la amano

dicembre 23, 2012 Giovanni Fighera

La parola d’ordine di questi tempi è attaccare il genio del cristianesimo o riducendolo a etica e discorso (come è accaduto per I promessi sposi) o eliminandolo e censurandolo come sta accadendo per la Commedia. Ma di questo pochi si curano. Ma vediamo i fatti avvenuti.

Qualche mese fa Valentina Sereni, Presidente di Gherush92, organizzazione di ricercatori e professionisti che svolge progetti di educazione allo sviluppo e ai diritti umani, accreditata presso l’ONU, ha stigmatizzato la Commedia perché offensiva, razzista, antieducativa e ancora antisemita, islamofoba, omofobica. La Commedia di Dante, pilastro della letteratura mondiale, contribuirebbe così a «diffondere false accuse costate nei secoli milioni e milioni di morti». Per questo Valentina Sereni chiede «di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o, almeno, di inserire i necessari commenti e chiarimenti». Sentiamo i termini precisi degli attacchi: «Il pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo. Studiando la Divina Commedia i giovani sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un’opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti. […] Nel canto XXIII Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti». La polemica scoppiata quest’anno è passata abbastanza sotto silenzio.

In questi giorni ho letto su molti siti che non ha senso rispondere a tali accuse. Sentite un po’ che cosa hanno scritto alcuni. Tali accuse sono ovvie, perché «Dante è uomo del Basso Medioevo», ma ha la libertà di pensiero, che non gli si può togliere. Quindi la Divina commedia andrebbe tollerata nelle scuole solo perché è espressione della libertà di pensiero. Ma tutti noi abbiamo libertà di pensiero, ma non per questo le nostre opere vengono studiate a scuola! Altrove ho letto che è meglio non dare importanza a quanto propone l’organizzazione Gherush 92: perché reagire tanto di fronte ad accuse così assurde?

Ma ci rendiamo conto che la Commedia è già stata tolta gradualmente dalle scuole superiori e dall’università? Chi bazzica nelle scuole superiori e nelle università sa che quanto auspicato dall’associazione si sta verificando con la complicità e il compiacimento di molti o l’omertà di altri. I dati sullo studio della Commedia nelle scuole superiori e nelle università denunciano già un grave abbandono dello studio del capolavoro dantesco. Quando nel 2005 e nel 2007 sono state assegnate per la prima prova dell’Esame di Stato nelle scuole secondarie superiori terzine tratte dalla Commedia (rispettivamente dal canto XVII e dal canto XI), l’esito non è stato dei più confortanti: una percentuale davvero irrisoria di maturandi (attorno al 4-5 per cento) si è cimentata con il monumentale capolavoro. E pensare che il Ministero aveva provveduto addirittura ad accompagnare i versi danteschi con alcune postille in funzione di commento e di parafrasi. Il dato non era che l’ennesima riprova dell’attenzione sempre minore che nelle scuole superiori veniva riservata allo studio delle tre cantiche.

All’università, però, la situazione non è migliore. Anzi. Solo vent’anni fa alla Statale di Milano si studiavano tutti i cento canti negli esami di Letteratura italiana I e II del corso di Laurea in Lettere. Che cosa è rimasto di questa formazione dantesca? Solo la lettura di alcuni canti per cantica? Uno studente che intraprenderà più tardi l’avventura dell’insegnamento può essere formato attraverso una conoscenza così parziale? Si dovrà provvedere più tardi alla formazione del neolaureato con dei corsi postuniversitari di specializzazione con i quali colmare la lacune?

Recentemente un docente universitario mi raccontava della sua soddisfazione per il fatto che all’università era ormai cessata la preponderanza dello studio di Dante che aveva caratterizzato gli ultimi decenni. Era ormai ora di svecchiare lo studio della letteratura, di trattare autori più moderni e più attuali. Pochi mesi dopo questa confidenza lo stesso docente venne invitato ad una serie di incontri con famosi dantisti internazionali, organizzati presso quella sede da studenti. Rimase stupito dalla presenza numerosa di ragazzi alla serata e dall’entusiasmo con cui l’iniziativa era stata promossa.

L’interesse dei giovani per la Divina commedia è stato tale che laddove il mondo accademico ha voluto smantellare il tradizionale apparato e volume di studio del capolavoro dantesco gli stessi giovani si sono fatti promotori di una lectura Dantis integrale. Allora ci chiediamo: perché se da un lato il mondo scolastico e accademico mette da parte Dante, alcuni giovani lo apprezzano e sopperiscono alle carenze delle istituzioni?

Allora chiediamoci: perché leggere la Commedia, a settecento anni dalla sua composizione? Il capolavoro dantesco può ancora parlare a noi uomini del 2012?

Credo che la migliore risposta a tali domande sia quanto ha affermato Farideh Mahdavi-Damghani, colei che ha tradotto in persiano La vita nova e la Divina Commedia: «La gente in Persia non conosceva Ravenna, non sapeva che è la città in cui è sepolto Dante, ma vedendo tutto quello che io amo fare per questa città, leggendo le mie traduzioni, il pubblico persiano ora conosce Ravenna. C’è questo paradosso: siamo lontani dal punto di vista culturale, ma nello stesso tempo siamo molto vicini: le credenze sulla famiglia, sull’emotività, sull’amore per la poesia e la letteratura, cose primordiali che forse per altri paesi hanno minore importanza, sono molto simili in Italia e in Persia. Quindi si può dire che gli italiani somigliano ai persiani». Questa è la ragione della speranza dell’uomo di oggi. Il fatto che noi tutti abbiamo un cuore che può palpitare di fronte alla bellezza, alla verità e all’amore, un cuore che non ci inganna. Dobbiamo avere il coraggio di confrontare tutto con questo cuore. Chi legge la Commedia col cuore non può che percepire come essa parla di lui, della sua aspirazione ad una vita piena, alla felicità e alla salvezza.

La commedia parla dell’uomo, della vita, e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione del genio proprio di Dante. Se tutti sono colpiti dalle parole cortesi di Francesca, dalla forza d’animo di Farinata e dal suo desiderio di «ben far», dall’ardore di conoscenza di Ulisse è perché il poeta racconta storie che testimoniano il cuore dell’uomo di ogni tempo.  La Commedia ci spalanca una finestra sulla vita e sull’uomo di oggi, come del passato. Avvertiamo una comunione universale tra noi moderni e gli antichi, tra la nostra e la loro aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità. Ci accorgiamo che l’antico Dante sa esprimerci meglio di quanto sappiamo fare noi, così come il maestro Virgilio nel viaggio sa intendere il discepolo meglio di quanto questi sappia fare.

Tutto il viaggio rappresenta il cammino nella vita di ogni uomo. Nel Dante che vuole salire il colle luminoso da solo, all’inizio dell’Inferno, ci ritroviamo noi tutti. Dobbiamo sperimentare che da soli non riusciamo a salire e dobbiamo come Dante mendicare e gridare «Miserere di me». Per grazia incontriamo una compagnia umana che ci salva dalla selva oscura, con cui poter intraprendere il viaggio di salvezza. Non c’è verso della Commedia in cui non si respiri l’esperienza e la fatica di uomini che vogliono fare da soli e rifiutano la luce di Dio o di uomini che, invece, si lasciano abbracciare dall’amore e dalla grazia.

La Commedia è uno degli esiti più grandi e più belli che l’uomo abbia mai partorito. Charles Moeller dice addirittura che c’è una sola cosa che supera la bellezza della Divina Commedia, ed è la bellezza dei santi, persone che hanno incontrato un ideale così grande che nel loro volto è come se incarnassero questa bellezza. Noi siamo stati fatti da Dio per la bellezza, per l’amore, per la felicità.  La bellezza darà sempre quello stupore, trasmetterà sempre l’entusiasmo e la speranza che ci permetteranno di ripartire. Nel film Le vite degli altri il protagonista lavora nella Stasi e spia la vita delle persone. A un certo punto si trova a controllare la vita di un artista. Nel tempo cambia vedendo come questi vive in maniera diversa l’amore, l’arte, la musica. Allora esclama: «Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella?». La vera bellezza porta al desiderio di cambiamento e di essere migliori, come quando ci innamoriamo davvero di una persona. Vogliamo essere all’altezza di questa persona e desidereremmo essere migliori di quello che effettivamente siamo.

In tanti anni di insegnamento della Commedia non ho mai sentito accusa più insana e irreale. Nessuno studente è mai stato spronato a compiere azioni lesive della dignità dell’altro a partire dal capolavoro dantesco, anzi al contrario le testimonianze mi dicono che l’opera ha spesso indotto i ragazzi a prendere più seriamente la propria vita.  Insomma, Dante che era exul immeritus (esule ingiustamente) e che non ritornò più in patria corre il rischio di essere esiliato ancora oggi, ma questa volta di essere bandito dai programmi e dalle pubbliche letture in Italia, mentre è sempre più apprezzato all’estero tanto che la traduzione è stata realizzata anche in persiano e colei che ne è stata artefice ha affermato che i persiani si sentono affini agli italiani, perché entrambi i popoli apprezzano un capolavoro che parla dell’amore, della bellezza e dell’uomo di oggi.

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3 Commenti

  1. Tribute to TM scrive:

    L’eliminazione della Divina Commedia dai programmi scolastici costituirebbe un sigillo tombale sulla letteratura e poesia italiana.

    Propongo una raccolta di firme….personalmente invierò questo articolo a tutti i poeti, scrittori e intellettuali di mia conoscenza.

    Il pericolo è enorme e non va sottovalutato !

  2. Antonio scrive:

    Qualche tempo fa sono stato avvicinato in Olanda da una signora turca, entusiasta di incontrare italiani con cui parlare di Dante, Guicciardini e Machiavelli !!
    Come diceva Peppino (de Filippo): “E ho detto tutto…!”.

  3. francesco taddei scrive:

    a chi gliene frega della cultura italiana se a noi interessa solo riempirci la bocca di tutte quelle belle parole inglesi che fanno tanto fescion e tanto cuul?

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